Stai sfogliando gli articoli di questo archvio - Nicola Bellotti 5.0 - per il periodo marzo, 2008.

Archive for marzo, 2008

“Una dottoressa non dovrebbe fare certe cose in pubblico (…) secondo qualcuno sta screditando la categoria”. Queste le parole con cui Gabriele Peperoni, vicepresidente dell’Ordine dei Medici di Napoli, ha commentato il caso “Lina del Grande Fratello”. La ragazza rischierebbe di essere radiata dall’albo per avere fatto sesso in casa, nascosta dalle coperte, al buio, spiata dalle telecamere ad infrarossi. In realtà il pubblico non ha visto nulla; tutto lo scandalo è montato su una frase “compromettente” pronunciata sotto le lenzuola del partner Roberto.

A mio avviso la vicenda è paradossale. Considerato lo stato della sanità italiana, in particolare nelle regioni meridionali (dove per fare un esame una persona deve mediamente aspettare mesi, dove l’inchiesta di uno dei maggiori settimanali italiani ha svelato che i pazienti vengono operati in strutture da terzo mondo, dove le telecamere di Striscia la Notizia hanno mostrato situazioni al limite della decenza) viene da chiedere al dottor Peperoni come faccia il suo Ordine a sprecare tempo nell’esaminare la vicenda di “Lina del Grande Fratello”. Invece di chiedere la cassetta dell’episodio incriminato a Mediaset, per fare riunioni ed esaminare se la ragazza possa in qualche modo avere screditato i colleghi con il suo comportamento immorale, l’Ordine dei Medici non farebbe meglio a dedicarsi a quelle vicende che davvero screditano tutta la sanità italiana?

“Ho fatto una scelta e non devo renderne conto a nessuno. Ma sono un personaggio pubblico, avevo il terrore che si sapesse in giro. Semplicemente, non credevo di commettere un reato”. Con queste semplici parole la protagonista di un Reality Show italiano (forse l’Isola dei Famosi) ha spiegato il perchè del suo coinvolgimento nell’inchiesta legata alla morte di Ermanno Rossi, il ginecologo del Gaslini che si è suicidato nei giorni scorsi a Rapallo.

Il tema dell’aborto è quanto mai delicato. Si parla di libertà individuali, del diritto di poter scegliere se avere o non avere un fglio, di opportunità di far arrivare la famosa pillola Ru486 a chi ne faccia richiesta senza l’intervento del consultorio. Si parla sottovoce, un po’ a fatica, del diritto di quel bambino scartato di venire al mondo.

C’è un articolo di una norma ormai datata, il numero 19 della legge 194, che punisce il medico che pratichi un aborto oltre i termini di legge. Lo stesso articolo sancisce che la donna la quale decida di abortire quando la legge considera il feto già “una vita” a tutti gli effetti debba pagare una multa di… 51 euro.

Così la “vip” che a Genova ha interrotto la propria gravidanza per poter partecipare al Reality Show, che ha gettato nel cesso un vita, un bambino vero, una creatura che si sarebbe formata, avrebbe bevuto il latte dal seno materno, avrebbe frequentato una scuola elementare, magari avrebbe giocato a pallone nel cortile di casa, si sarebbe laureato, sarebbe stato scelto dalla NASA per un progetto speciale e sarebbe diventato il primo italiano a mettere piede su Marte… pagherà 51 euro (meno che per un divieto di sosta) e sarà a posto con la legge.

Un’ultima riflessione di Giuliano Ferrara, che sul tema dell’aborto ha costituito una lista elettorale candidata alle prossime elezioni. “Farò il test per la sindrome di Klinefelter,†ha dichiarato il direttore del Foglio, “che è dovuta a un difetto dei cromosomi che determina tra l’altro un’alterazione degli organi sessuali. E siccome ho testicoli piccoli e grandi mammelle farò le analisi.
Sarà un “atto di solidarietà†con il feto abortito a Napoli. Il bambino è stato ucciso perché aveva la sindrome di Klinefelter. Non perché stesse per nascere con tre teste. È morto un bambino che aveva una malattia, e questa per me si chiama eugeneticaâ€.

“L’avere più ingegno del comune è sempre una grande colpa agli occhi dei mediocri”. Lo aveva già detto Mario Missiroli, storico direttore del Corriere della Sera negli anni Cinquanta, e lo troviamo ripetuto in uno splendido “mattutino” di mons. Gianfranco Ravasi, su “Avvenire” del 5 ottobre 2006.

“La mediocrità alligna dappertutto,” scrive Ravasi, “nella società civile e anche in quella ecclesiastica, nelle famiglie e nelle comunità, negli ambienti di lavoro e di studio. La caratteristica fondamentale di questo difetto è la gelosia sfrenata, l’invidia per tutto ciò che sta sopra il suo livello di basso profilo”.

Basta guardarsi un attimo intorno per capire quanto siano vere e dolorose queste parole. Basta guardare a casa nostra, a Piacenza, nel sistema politico (tanto a destra quanto a sinistra), nel mondo amministrativo, nella scuola, nelle associazioni di categoria, nelle imprese, nei sindacati. Ognuno di noi può elencare almeno dieci casi in cui l’invidia o la gelosia abbiano frenato una buona idea o schiacciato una persona degna di essere ascoltata. E almeno un caso in cui questo difetto si sia fatto strada dentro di noi, e ci abbia reso colpevoli dello stesso delitto contro il progresso della nostra società.

Ravasi continua: “Ed ecco, allora, scatenarsi non tanto il confronto chiaro e netto (il mediocre sa che alla luce della verità soccomberebbe) ma la sottile erosione della dignità dell’altro, l’uso ipocrita del giudizio, l’adozione colpevole della calunnia, il ricorso alla manovra, la coalizione con altri mediocri, la frenetica ricerca di ogni occasione per far cadere chi è superiore per intelligenza, umanità o capacità. Si potrebbe a lungo descrivere il ritratto del mediocre, nemico di ogni ingegno, di ogni grandezza, di ogni libertà di spirito. Ma ognuno deve riconoscere – a prescindere dalle doti che possiede – che un germe di questa malattia, purtroppo non riconosciuta come tale ma sovente esaltata come buon senso ed equilibrio, alligna sempre nell’anima ed esige il coraggio di strapparla senza tante storie e giustificazioni falsamente religiose e moralistiche”.