Posts Tagged ‘Nicola Bellotti’

Sono passati piĂą di 12 anni da quando la prima versione di Piacenza Night ha esordito sul web. Allora, ricordo, Internet Explorer stava insidiando il trono di Netscape Navigator e al posto di Google si usava Altavista. In Italia il quotidiano Repubblica.it era il punto di riferimento per l’editoria online, e Piacenza vantava una pioneristica versione di LibertĂ  On Line. E’ proprio grazie all’esperienza maturata insieme al team di Liberta.it che è nata l’idea di Piacenza Night, un magazine giovane, libero, dinamico, intorno al quale si muoveva una community in fermento che partoriva ogni giorno nuove idee e – vero lusso – poteva sperimentarle in quel “cyber-far-west” che era internet. Nato quasi per gioco, Piacenza Night ha ottenuto fin da subito un successo di pubblico oltre ogni previsione. Realizzato da una redazione di volontari (che vanta illustri collaborazioni) il magazine è un esperimento “no profit” al 100%. Tutti i servizi erogati sono e saranno sempre gratuiti. Non esiste raccolta pubblicitaria e le spese sono solo parzialmente coperte dagli annunci di Google e da pochissimi banner frutto per lo piĂą di collaborazioni. Nel 2006, quando la testata giornalistica è stata registrata presso il tribunale di Piacenza, era letta non solo nel suo territorio elettivo, ma in tutto il Paese. Nel 2010, anno dei record, Piacenza Night era l’unico prodotto editoriale piacentino ad essere indicizzato nella classifica di Alexa dei migliori 100.000 siti del mondo (raggiungendo la posizione n. 61.000). La versione 4.0 di Piacenza Night, che avrebbe dovuto fare il suo esordio nel gennaio del 2012, verrĂ  presentata al pubblico nei prossimi giorni. Nell’aprile di quest’anno, infatti, un grave incidente tecnico avvenuto presso la sede della societĂ  che fornisce i servizi di hosting alla nostra rivista, ha seriamente compromesso le funzioni del sito. Il database è stato gravemente danneggiato e molti contenuti sono andati irrimediabilmente persi. Piacenza Night è tornato in linea dopo un mese di black out, con le ossa rotte. Siamo stati costretti a scegliere se chiudere definitivamente il progetto, o se investire tutte le nostre risorse nella realizzazione anticipata di un portale tutto nuovo. Lo sforzo è stato enorme, soprattutto se si considera il fatto che Piacenza Night è (e rimarrĂ ) un progetto non a scopo di lucro. Comprenderete la mia emozione nell’annunciarvi che ce l’abbiamo quasi fatta e che tra un paio di settimane metterete le mani sulla versione beta di Piacenza Night 4.0. Spero ardentemente che ci aiuterete a vincere anche questa scommessa.

L’altro giorno sono entrato nell’ufficio di un mio cliente e, mentre lui era al telefono, mi sono soffermato sulle foto appese alle pareti. Tra un’immagine e l’altra, lo sguardo mi è caduto su un piccolo foglietto incorniciato, sul quale era stampata una poesia.

Mi ha colpito al punto che, terminato l’incontro, mi sono fermato con l’auto nei pressi di un hotspot per collegarmi alla rete e cercarla con il mio iPad. L’ho trovata.

Questa notte ho fatto un sogno,
ho sognato che ho camminato sulla sabbia
accompagnato dal Signore
e sullo schermo della notte erano proiettati
tutti i giorni della mia vita.

Ho guardato indietro e ho visto che
ad ogni giorno della mia vita,
apparivano due orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.

Così sono andato avanti, finché
tutti i miei giorni si esaurirono.

Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi punti
c’era solo un’orma…
Questi posti coincidevano con i giorni
piĂą difficili della mia vita;
i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore.

Ho domandato, allora:
“Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me
in tutti i giorni della mia vita,
ed io ho accettato di vivere con te,
perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti
piĂą difficili?”.

Ed il Signore rispose:
“Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato
con te e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo:

i giorni in cui tu hai visto solo un’orma
sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

Non so per quale ragione, ma mi sono commosso. E questo piccolo (o grande) turbamento mi ha riportato alla mente un passaggio de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni che desidero riportarvi.

Perpetua s’avvide d’aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, – signor padrone, – disse, con voce commossa e da commovere, – io le sono sempre stata affezionata.

Il personaggio di Perpetua mi ha sempre provocato una stretta al cuore. Non provo nemmeno a cercare di comprendere quale “link” abbia seguito il mio cervello. So per certo che questi collegamenti sono indice di una certa dose di follia… Ma piĂą rileggo queste parole e piĂą provo commozione.

Ho deciso di condividerle con voi. ChissĂ  che riescano a toccare anche le vostre corde.

Conosco Giorgio Betti da anni. Con lui posso dire di avere parlato davvero di tutto.
Ci accomuna una forte passione politica che ci ha portato, fin da giovanissimi, a confrontarci sull’evoluzione del pensiero socialista e di quello liberale dalla nascita della Seconda Repubblica fino ad oggi.
Ci accomuna un forte senso di appartenenza alla comunitĂ  cristiano-cattolica, ai suoi riti e alle sue tradizioni, e un vigoroso prurito nei confronti di chi vorrebbe cambiare le regole del gioco a vantaggio di una professione di fede piĂą comoda e a misura dei propri vizi.
Ci accomuna infine la passione per il fantastico, per tutte quelle espressioni della narrativa contemporanea (ma anche del cinema o del fumetto) che permettono di evadere dalla realtà, esplorando mondi che – fiabeschi all’apparenza – spesso si traducono in un affresco visionario, in grado di anticipare i riflessi della società contemporanea e di quella che verrà in futuro.

Su “Urania” di questo mese (agosto 2009) Giorgio Betti ha pubblicato un saggio che analizza una pietra miliare della fantascienza, fornendoci una rilettura del protagonista, HAL 9000, davvero interessante. Ecco alcuni passaggi interessanti del suo testo, che consiglio a tutti leggere in versione integrale, correndo in edicola o in libreria.

Insomma: H.A.L. ha o non ha l’anima? Le decisioni che prende, gli ordini che impartisce, sono voluti da un “Io” cosciente, oppure sono il frutto rigidamente deterministico di ciò che i programmatori hanno accumulato nella sua memoria?
Nella camera appartata della sua banca dati, si può dire che esista un “software superiore”, che aleggia sul “sistema nervoso del Discovery” dirigendone le operazioni secondo un proprio libero arbitrio?
A prima vista, soprattutto per chi vede 2001 per la prima volta, si direbbe di sì; ma a un’analisi più approfondita, ci si può rendere conto che tale conclusione non è poi così scontata. H.A.L all’inizio si presenta agli spettatori ne più né meno che come una delle tante macchine parlanti cui oggi siamo abituati, come i caselli autostradali automatici o i navigatori satellitari; alla fine degli anni sessanta, cioè nel periodo della lavorazione del film, tali macchine sono senz’altro meno consuete, ma non certo inimmaginabili.
Lungo lo sviluppo della pellicola, la questione viene posta per la prima volta dal giornalista che intervista Dave, Frank e lo stesso HAL.
“Possiamo dire che HAL ha una propria emotività?”, domanda quello, e i membri umani dell’equipaggio non hanno una risposta.
Chiedere dell’”emotività” di Hal non è esattamente preciso né da un punto di vista teologico né da un punto di vista psicologico, perché fissa l’attenzione immediatamente su quella che è già una conseguenza fisica (le emozioni, per l’appunto) di una personalità che si assume preesistente, e non sull’esistenza stessa di tale personalità; però anche se imprecisa la domanda raggiunge ugualmente l’obiettivo: se esistono delle emozioni, si può indurre che c’è “qualcuno” che le sta provando; che c’è, cioè, un essere consapevole che le produce in seguito a una propria cognizione della realtà.
Gli astronauti del Discovery, come detto, non sanno rispondere; Dave, dal canto suo, azzarda una sentenza dal tono definitivo, asserendo che “nessuno” potrà mai saperlo. Forse la posizione di Dave su questo punto è la stessa dell’Autore; tuttavia, considerando doverosamente il film come opera assestante, svincolata da eventuali “interpretazioni autentiche” (che del resto sono state ripetutamente e intelligentemente smentite da Kubrik stesso), questo dato non può certo inibire un approccio ermeneutico al film, che si spera essere il più rigoroso possibile.

In primis, HAL sbaglia. Al termine della partita a scacchi con Dave, individua un elemento che andrà in avaria di lì a 72 ore. Gli astronauti vanno a estrarre tale unità, e non vi trovano nulla di anormale; da qui l’ovvio sconcerto di fronte all’ipotesi che una “cosa” fino a quel momento considerata infallibile abbia potuto commettere un errore. Anche gli scienziati sulla terra non si spiegano il fatto, giacché secondo i loro calcoli, così come elaborati dal “fratello “ di HAL, l’unità in questione non presenta alcun segno di avaria.
Hal asserisce che l’unica spiegazione possibile è quella di essere in presenza di un errore umano, per cui la cosa migliore è quella di riposizionare l’unità nella sua sede e attendere che si guasti, in modo tale che il problema possa apparire in tutta la sua evidenza. L’unico inconveniente, è che per un po’ il Discovery dovrà stare “senza collegamenti”.
A questo punto, però, il dubbio è già instillato nella testa degli astronauti, che decidono di disattivarlo.

In secundis, HAL uccide. Uccide Frank, uccide i membri ibernati dell’equipaggio e tenta di uccidere Dave, il quale riuscirà a salvarsi grazie a dei sani elementi fisici e meccanici; quelli unici, cioè, sui quali, per quanto riguarda il Discovery, non si estende l’onnipotenza di HAL; come la leva del boccaporto, o il cacciavite con cui smagnetizza il computer stesso. Terza considerazione: Hal mente; o, comunque, sembra mentire, nel senso che parrebbe simulare una cognizione diversa da quella che effettivamente ha. Chiede a Dave se non gli paia strano tutto il segreto intorno alla spedizione ostentando una propria certa ignoranza intorno a essa, ma nel prosieguo del film scopriremo che lui è perfettamente a conoscenza di tutti i dettagli. In più, quando nella capsula Frank rivolgendosi verso l’oblò gli chiede di compiere la rotazione (ad alta voce, per assicurarsi di non essere udito), Hal finge di non capirne il labiale, mantre, come noto, sarà proprio grazie a tale capacità, che capirà le intenzioni dell’equipaggio.

Ora: i tre elementi su elencati (errore, omicidio, menzogna), sono per forza dovuti al libero arbitrio di un “Io” cosciente?

(…)

Il saggio di Giorgio Betti dal titolo “HAL 9000: una tecnologia della liberazione?” è pubblicato su URANIA di agosto 2009, edizioni Mondadori.

Sfogliando “Il Secolo XIX” e i quotidiani di oggi non ho potuto evitare di imbattermi nella fotografia del pilota di F1 Felipe Massa con il cranio sfondato e lo sguardo allucinato. Sbandierata in prima pagina, questa foto mi ha colpito come un cazzotto alla bocca dello stomaco. Ho provato lo stesso fortissimo disagio di quando, in Messico, criticavo i quotidiali locali per avere pubblicato in prima pagina le foto del corpo di due turisti, massacrati da spietati assassini, a colpi di machete.
In quelle foto si indugiava con la macabra soddisfazione di chi ha le foto dello scoop, sugli organi esposti, sulle carni violentate, sulle ossa martoriate.

Allora come oggi mi chiedo dove debba fermarsi il giornalista. Dove il diritto/dovere di informare i lettori si scontri con il senso di umana pietĂ  per i familiari delle vittime, che oltre al dolore per la perdita dei propri cari debbano leggere i racconti strazianti, rivivere ogni istante di dolore, osservare nei minimi dettagli i fotogrammi che ritraggono il triste evento.

Molte volte ho affrontato questo tema con una delle mie piĂą care amiche, Susanna Pasquali, direttore di questa testata giornalistica e vera professionista della carta stampata. Io, che giornalsta non sono, le ho posto spesso i miei dubbi di lettore appassionato. Quando i suoi colleghi indugiavano sui dettagli piĂą intimi di come siano stati trovati i corpi delle vittime di terribili incidenti stradali. Ogni volta che i giornali condannavano un imputato prima che lo facesse la giustizia, sbattendo il mostro in prima pagina. Tutte le volte in cui un titolo, una frase o una fotografia urtavano la mia sensibilitĂ , immaginando quando questo “cazzotto alla bocca dello stomaco” potesse fare esponenzialmente male ai parenti dei protagonisti delle loro storie.

Il lavoro del giornalista, mi ha spiegato Susanna, è come una missione. I lettori devono essere informati, senza alcun tipo di censura, nel rispetto delle norme che regolano la “libertĂ  di stampa”. Il giornalista non è uno psicologo, e non può scrivere un articolo pesando ogni parola e calibrandola sulla diversa sensibilitĂ  del vasto panorama di lettori. In piĂą, aggiungo io, il giornalista è un ingranaggio in un meccanismo piĂą grande: il suo lavoro, il suo stipendio, quello dei colleghi di redazione, sono strettamente legati alle vendite del giornale, alle regole di marketing e alla necessitĂ  di vincere ogni giorno qualche piccola guerra, portando a casa lo scoop.

Susanna probabilmente ha ragione. Ed è per questo che, nonostante io abbia scritto quasi 3.000 articoli negli ultimi tre anni, non ho mai chiesto all’Ordine dei Giornalisti di poter diventare pubblicista. Non che io non lo desideri. Trovo il lavoro del giornalista uno dei piĂą interessanti ed importanti dell’era in cui viviamo. Tuttavia non credo di poter accettare le regole del gioco.

Ho scelto di investire su progetti editoriali legati all’intrattenimento proprio per poter dormire sereno la notte. Parlare di arte, cultura, spettacoli, gossip, musica, non può nuocere ad alcuno. Quando, tuttavia, da editore del magazine Piacenza Night, ho preteso che non venisse pubblicata la notizia dell’arresto di un amico ho fatto arrabbiare moltissimo i ragazzi della redazione. Ho fatto un torto alla “missione” del giornalista. Ho permesso alla concorrenza di “darci un buco” e di attaccarci duramente, sapendo di essere nel torto. Non lo avrei mai preteso, se si fosse trattato di una sentenza passata in giudicato, ma di fronte alla notizia di un arresto e di una indagine ho preferito non sferrare l’ennesima coltellata al cuore di una famiglia. Ho assunto su di me qualsiasi responsabilitĂ  in merito, specificando che la mia redazione avrebbe fatto una scelta diversa dalla mia.

In quel caso ho scelto che il mio magazine non sferrasse il famoso “cazzotto alla bocca dello stomaco”. Oggi, sfogliando i quotidiani, avrei preferito che sul caso del giovane pilota della Ferrari fosse stata presa la setssa decisione.