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Benvenuti sul nuovo Piacenza Night 4.0

posted by Nicola Bellotti
venerdì, novembre 4, 2011

Sono davvero emozionato. Quello che avete davanti è il frutto di mesi di incessante lavoro, di decisioni prese con il fiato sospeso, di continui confronti con i lettori attraverso Facebook, Twitter e LinkedIn. La versione 4.0 di Piacenza Night era prevista per il 2012, ma uno tsunami informatico che ha travolto la società che gestiva i nostri server nell’aprile scorso, cancellando in un lampo 12 anni di lavoro, ci ha obbligato a cambiare le nostre strategie. Nelle settimane successive all’incidente, grazie ai vecchi backup e soprattutto alla cache di Google e di Yahoo, una parte dei contenuti è stata ripristinata e siamo riusciti a rimettere in linea un sito che, pur sembrando funzionante, riusciva a stare in piedi per miracolo. Da allora abbiamo investito tutte le nostre risorse nella realizzazione di un portale tutto nuovo, progettato da zero. Lo sforzo è stato enorme, soprattutto se si considera il fatto che Piacenza Night è (e rimarrà sempre) un progetto no profit.

Piacenza Night, il primo web magazine di Piacenza e dintorni, è nato nel 2000. Fin da subito è stato apprezzato per la sua rubrica di critica cinematografica – ripresa da più testate a livello nazionale – e per le recensioni di tutti i ristoranti, gli alberghi, i locali pubblici e gli agriturismi della nostra Provincia. La scelta di dedicare mensilmente la copertina ad una “ragazza della porta accanto” ha permesso a Piacenza Night di superare i confini territoriali elettivi, divenendo oggetto di interesse e di curiosità in tutto il Paese. Negli anni successivi il magazine è stato arricchito con contenuti informativi aggiornati 24 ore su 24, divenendo immediatamente una delle fonti di Google News. Nel 2006, quando la testata giornalistica è stata registrata presso il tribunale di Piacenza, vantava circa 100.000 contatti (hits) e 7.000 visitatori unici al giorno. Le più recenti rilevazioni, che si riferiscono ai mesi del 2010 precedenti il blackout, confermano Piacenza Night al primo posto nella classifica dei siti web a contenuto giornalistico editi nel territorio piacentino. Il nostro magazine è l’unico ad essere indicizzato nella classifica di Alexa dei migliori 100.000 siti del mondo (a febbraio la sua posizione era la n. 69.000 nel ranking internazionale, e la n. 1600 nel ranking italiano).

Nel salutare il lancio di questo rinnovato magazine, desidero ringraziare tutti coloro che negli ultimi 12 anni hanno contribuito al suo successo. Un ringraziamento particolare va al nostro direttore responsabile, Susanna Pasquali, che supervisiona il nostro lavoro e cerca di tenerci lontano dai guai, e al nostro webmaster Gagan Deep Dharam, che con le sue visioni ci traghetta sempre più vicini al futuro. Un altro “grazie” speciale va a mia moglie Ghita Pasquali, che oltre ad avermi dato la gioia di due splendide bambine, alimenta questo nostro figlio elettronico sobbarcandosi da 12 anni l’intera gestione della rubrica di critica cinematografica. Grazie anche a Linda Barani, che con i suoi articoli di gossip e cronaca rosa rende più leggera e divertente ogni nostra giornata. Grazie ad Alessandro Bucalo, un pilastro portante della nostra redazione (senza il cui aiuto non riuscirei nemmeno a trovare il tempo di allacciarmi le scarpe). Grazie a Davide Galli, alle sue stoccate e alle sue pillole di saggezza; grazie per l’opportunità di confronto che offri a chi non la pensa come te. Grazie a Giorgio Betti per le sue opinioni libere che non temono l’altrui giudizio. Grazie al nuovo acquisto Alessandro Maggi, che si occuperà di scienza e tecnologia.

Grazie ancora a Caterina Baldini, che oggi conduce “Sky TG 24″ e che fondò insieme a me questa rivista; ad Alessandra Menzani, che leggiamo su “Libero”; a Vladimiro Poggi che ha trovato la sua strada in televisione. E infine, spero di non dimenticare nessuno, grazie a tutti quelli che hanno collaborato con contenuti, sul fronte tecnico o con le loro preziose idee: Marco Tozzi-Condivi, Eviana Pasquali, Matteo Maria Maj, Andrea Pasquali, Gianpietro Bisaglia, Giovanni Rutigliano, Roberto Ridella, Maria Clara Zermani, Bernardo Tacchini, Davide Civardi, Matteo Gobbi, Alessandro Mastroianni, Alessandro Borghi, Gaetano Jose Gasparini, Tony Face, Jennifer Diana Tagliaferri, Alessandro Marseglia, Ilia Casali, Corrado De Castro, Benedetta Soffientini, Andrea Grieco, Paolo Di Benedetto, Monica Marcotti, Francesca Villa, Donato De Ieso, Corrado Gaviglio, Paolo Malpeli, Paolo Bassini, Samantha Baldini. Marco Cirasaro, Alessandra Pellettieri, Lucia Valla, Francesca Di Mauro, Gianandrea Petrolati, Moreno Moschioni, Mattia Bersani, Alessandro Carminati, Laura Bellotti, Giuseppe Dieci, Giorgio Lambri, Marzia Foletti, Luigi Niccolò Caramatti, Corrado Astrua, Davide Bellocchi, Gianmatteo Mazzoni, Leone Astrua, Michele Orsi, Luca Chiodaroli, Andrea Santangelo, Andrea Montenet, Enrico Morini, Michele Mancuso, Giacomo Ghisolfi.

Sono passati più di 12 anni da quando la prima versione di Piacenza Night ha esordito sul web. Allora, ricordo, Internet Explorer stava insidiando il trono di Netscape Navigator e al posto di Google si usava Altavista. In Italia il quotidiano Repubblica.it era il punto di riferimento per l’editoria online, e Piacenza vantava una pioneristica versione di Libertà On Line. E’ proprio grazie all’esperienza maturata insieme al team di Liberta.it che è nata l’idea di Piacenza Night, un magazine giovane, libero, dinamico, intorno al quale si muoveva una community in fermento che partoriva ogni giorno nuove idee e – vero lusso – poteva sperimentarle in quel “cyber-far-west” che era internet. Nato quasi per gioco, Piacenza Night ha ottenuto fin da subito un successo di pubblico oltre ogni previsione. Realizzato da una redazione di volontari (che vanta illustri collaborazioni) il magazine è un esperimento “no profit” al 100%. Tutti i servizi erogati sono e saranno sempre gratuiti. Non esiste raccolta pubblicitaria e le spese sono solo parzialmente coperte dagli annunci di Google e da pochissimi banner frutto per lo più di collaborazioni. Nel 2006, quando la testata giornalistica è stata registrata presso il tribunale di Piacenza, era letta non solo nel suo territorio elettivo, ma in tutto il Paese. Nel 2010, anno dei record, Piacenza Night era l’unico prodotto editoriale piacentino ad essere indicizzato nella classifica di Alexa dei migliori 100.000 siti del mondo (raggiungendo la posizione n. 61.000). La versione 4.0 di Piacenza Night, che avrebbe dovuto fare il suo esordio nel gennaio del 2012, verrà presentata al pubblico nei prossimi giorni. Nell’aprile di quest’anno, infatti, un grave incidente tecnico avvenuto presso la sede della società che fornisce i servizi di hosting alla nostra rivista, ha seriamente compromesso le funzioni del sito. Il database è stato gravemente danneggiato e molti contenuti sono andati irrimediabilmente persi. Piacenza Night è tornato in linea dopo un mese di black out, con le ossa rotte. Siamo stati costretti a scegliere se chiudere definitivamente il progetto, o se investire tutte le nostre risorse nella realizzazione anticipata di un portale tutto nuovo. Lo sforzo è stato enorme, soprattutto se si considera il fatto che Piacenza Night è (e rimarrà) un progetto non a scopo di lucro. Comprenderete la mia emozione nell’annunciarvi che ce l’abbiamo quasi fatta e che tra un paio di settimane metterete le mani sulla versione beta di Piacenza Night 4.0. Spero ardentemente che ci aiuterete a vincere anche questa scommessa.

Credo sinceramente che la bellezza, quella vera, nasca dalla consapevolezza della propria diversità. Lavorando per anni nel settore della comunicazione, a stretto contatto con i media e con le aziende che operano nei settori della moda, della cosmesi, della cura del corpo, ho incontrato moltissime persone che dovrebbero rappresentare i canoni della bellezza moderni, ma pochissime delle quali mi sono sembrate davvero felici.

Vivere serenamente il proprio corpo, oggi, non è per nulla facile. Soprattutto per una donna. Bisogna riuscire a liberarsi dagli stereotipi e dai condizionamenti che la società tende a imporre, per concentrarsi sulla consapevolezza di essere un individuo unico e irripetibile. Tutto ciò che ci circonda tende a suggerirci modelli di bellezza artificiali e irraggiungibili. Trucco, push-up, chirurgia estetica, un ricorso sempre più selvaggio a Photoshop, contribuiscono a diffondere canoni di bellezza alieni, impossibili da eguagliare.

Quando nel 2000 è stato fondato il magazine PiacenzaNight.com i miei collaboratori ed io avevamo un’unica idea molto chiara. Avremmo pubblicato ogni mese un servizio fotografico dedicato a una “ragazza della porta accanto” che, con la sua bellezza semplice e autentica, avrebbe proposto un modello alternativo ai più giovani.

Da allora ho incontrato e fotografato più di 500 ragazze, ognuna delle quali – coinvolta direttamente della ideazione del servizio – ha esercitato un diritto esclusivo ad esprimere appieno la propria idea di bellezza. Tra queste ragazze circa 150 hanno avuto la fortuna di essere pubblicate su PiacenzaNight.com indipendentemente dal fatto di essere magre o formose, alte o basse, giovani o non più giovani, italiane o straniere.

Questo progetto artistico ha reso più forti alcune delle ragazze che vi hanno aderito. Sentirsi belle, sensuali, autentiche, senza l’obbligo di aderire ad un’immagine diversa da quella che si sente propria, è un’esperienza costruttiva e al tempo stesso liberatoria. Il corpo ritratto, l’involucro della modella, diventa ambasciatore della sua anima.

Sentirsi belli è un diritto. Vivere serenamente il proprio corpo è un diritto. Imparare ad amare i propri difetti, riconoscere la pluralità della bellezza, rifiutarsi di accettare passivamente mode e modelli imposti dai trend setter è una strada che può aiutare ad essere più felici.

Abbiamo intercettato Antonio De Felice, poliedrico imprenditore e studioso di Medio Oriente e Islam, appena rientrato da una lungo e complesso viaggio in Afghanistan, nei territori dove l’Esercito Italiano è schierato per la missione di pace internazionale. De Felice si trovava in quei territori in qualità di osservatore, presso il comando del Multinational Cimic Group, a Camp Arene (dove ha sede il RC-West di Herat).

Socio fondatore della Dual Service S.p.A. di Brescia, general contractor nel settore della vigilanza privata per piccole e grandi utenze (si parla di banche, pubbliche amministrazioni, grande distribuzione organizzata, industrie), Antonio De Felice nel 2010 ha fondato la Dual Risk Management Srl sempre con sede a Brescia, che opera nel campo della consulenza, analisi, gestione e mitigazione del rischio, in Italia e nel mondo.

Abbiamo iniziato la nostra intervista per il magazine Piacenza Night cercando di conoscere meglio i soggetti che operano in Afghanistan, e in particolare di cosa si occupa il Multinational Cimic Group.
“E’ l’unico reparto della Nato a guida italiana. E’ in grado di ricercare, addestrare e proiettare unità di specialisti nel soccorso e nella ricostruzione di aree sconvolte da conflitti. CIMIC è l’acronimo che indica la CIvil MIlitary Cooperation, una funzione operativa che presiede all’ interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nelle aree di crisi. Basato nella città di Motta di Livenza (TV), il Gruppo, che è alimentato con personale volontario proveniente da tutte le armi e corpi dell’Esercito e con personale straniero proveniente da Grecia, Ungheria, Italia, Portogallo e Romania, ha la struttura e la consistenza di un reggimento.

Non si tratta, quindi, di una organizzazione di tipo umanitario. “La dottrina sui moderni conflitti asimmetrici,” ha spiegato ANtonio De Felice, “prevede sempre più spesso la coesistenza, nel medesimo teatro, in fasi temporali successive o addirittura in contemporanea, di operazioni prettamente militari, misure di ricostruzione e sostegno, tentativi di pacificazione e appoggio alle istituzioni civili locali. Tale dottrina, frutto dell’esperienza maturata dalla Nato durante le operazioni di supporto alla pace nei Balcani prima e in Iraq poi, ha evidenziato come il confine tra le Crisis Response Operations (CRO) e le situazioni di War Fighting sia sempre più sfumato e indefinito; sempre più caratterizzato dal forte coinvolgimento della popolazione civile da una parte, e dal massiccio afflusso nell’area delle operazioni di personale civile appartenente alle organizzazioni Internazionali governative e non governative. Si è così individuata la necessità di dotare le forze impegnate sul campo, di una capacità di cooperazione civile-militare per interfacciarsi con l’ambiente civile e favorire il successo della missione”.

“Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità” scriveva migliaia di anni fa Sun Tzu nel suo “L’arte della guerra”.
“Milites civisque alacrites è il motto del Gruppo, ma forse ciò che intendeva Sun Tzu più di 2000 anni fa può meglio caratterizzare la componente strategica del Gruppo durante le operazioni in teatro. Compito del Cimic è la preparazione di un ambiente favorevole nell’area delle operazioni tramite il raggiungimento del consenso senza coercizione. In questo modo, secondo la nuova dottrina atlantica (NATO), si evita uno sforzo militare eccessivo che porterebbe solo a risultati temporanei. In termini più concreti, nella fase che precede le ostilità il Cimic ha come obiettivo primario l’elaborazione di uno specifico piano di azione definito tecnicamente di Civil – Military Liaison a seguito della raccolta di informazioni sul territorio, che consenta al comandante della Forza di raggiungere tre fondamentali obiettivi e cioè: la relazione tra il personale militare e quello civile, il sostegno alle Forze impegnate in teatro e il sostegno allo sviluppo dell’ambiente civile”.

A questo punto è sorta spontanea una domanda. Come si svolge la raccolta di informazioni strategiche sul territorio?
“Ci tengo a precisare,” ha spiegato De Felice, “che non si tratta di attività di intelligence per la quale la coalizione è adeguatamente strutturata e organizzata con reparti e unità ad hoc, in ogni caso bisogna affermare che è anche grazie a questa raccolta d’informazioni che, giorno per giorno, una volta guadagnata la stima delle popolazioni locali, è possibile garantire la sicurezza dei reparti combat, sapendo in anticipo dove saranno interrati gli IED (i micidiali ordigni improvvissati) o scoprendo i depositi delle armi”.

Per portare sviluppo e sostenere la civiltà afghana, serve un intervento parallelo: sviluppo economico e sviluppo sociale devono muoversi di pari passo.
Antonio De Felice sembra essere d’accordo; infatti snocciola una quantità di dati ed informazioni davvero enciclopediche su questo tema.
“Preliminarmente va precisato che la componente militare Cimic è composto principalmente da specialisti di alto profilo quali ingegneri, architetti, agronomi, psicologi, esperti in comunicazione e relazioni, provenienti da tutte le Nazioni Partecipanti la Nato. Il CIMIC ha la caratteristica unica per un reparto militare, di essere sempre in continua attività sia che ci si trovi in pace, in crisi o in guerra. Strutturato a seconda delle necessità, su uno o più punti di contatto con le autorità locali e la popolazione civile denominati Cimic CENTRES, il Gruppo è il cuore pulsante dei PRTs (Provincial Reconstruction Team) capisaldi strategici della dottrina Petraeus in materia di lotta alla insorgenza (COIN). Nel PRT di Herat durante tutto il 2009 la cellula CIMIC ha pianificato ed eseguito oltre 64 progetti principalmente nei settori delle agricoltura, sicurezza e governance, educazione e salute. Nel 2010 invece, i progetti pianificati e realizzati sono stati 25, ma con un impatto economico superiore e soprattutto su un’area geografica molto più estesa coinvolgendo oltre la provincia di Herat, anche altre 5 province più periferiche come Farah, Badghis e Ghowr, fino all’abitato di Cheste-e-Sharif 170 km a est di Herat, dove sono presenti importati giacimenti di “Bianco Afghano”. Un marmo particolarmente pregiato simile al “Bianco di Carrara” per il quale la italiana Margraf ha siglato un memorandum of understanding con l’impresa afghana Equity Capital Mining, capeggiata dai fratelli Nassim e Adam Doost, per l’acquisto del pregiato marmo bianco delle cave, celebri sin dal Medioevo per i monumenti e i santuari dell’epoca timuride. Particolare attenzione poi è dedicata ai progetti di natura infrastrutturale riguardano la realizzazione di 5 km di strade asfaltate più due tratti fognari importante nel centro storico Centro di Herat (45% del budget stanziato), 4 nuove scuole più il completamento di altri due già iniziate dal PRT nel 2008 e in attesa di essere completate (22%), una massiccia distribuzione di sementi e bulbi di zafferano (10%), due nuove stazioni di polizia (10% del bilancio), il collegamento elettrico dell’ospedale regionale di Herat alla rete di distribuzione principale (7%), il completamento della costruzione di un grande edificio a Herat destinati al sostegno delle donne imprenditrici (Women Center) in favore del Dipartimento per gli affari delle donne (7%)”.

Vista la preparazione dell’imprenditore (che tra parentesi scrive anche per le testate giornalistiche on-line Mensile Atlante di geopolitica e Mensile Technet di tecnologia) ci siamo chiesti se negli 11 giorni trascorsi in Afghanistan ha avuto modo di partecipare a qualche operazione Cimic.
“La dottrina CoIn del generale Petraeus,” ha spiegato De Felice, “prevede di farsi amici gli Elder (i capi villaggio) e i Mullah. E’ in questo contesto che con gli uomini e le donne del CIMIC di Motta di Livenza assistiti dalla scorta dei colleghi dei reparti combat, in due diverse missioni, siamo andati nei villaggi di paglia e fango persi tra le montagne di Bala-Morghab al confine con il Turkmenistan e nel deserto di Shindand, in Gulistan, ai confini del settore italiano nel villaggio di Buji diventato tristemente famoso per la morte del c.m. Miotto. Lì è stato allestito un ambulatoro medico volante per gli abitanti soprattutto si sono visitati gli anziani, le donne coperte dai burka azzurri (le chiamano operazioni Pink Medcap) e i bambini. Mentre il veterinario ha controllato lo stato di salute del bestiame alcuni tecnici hanno verificato lo stato di manutenzione di alcuni pozzi d’acqua precedentemente realizzati dal PRT e verificato la possibilità di ristrutturare la moschea del villaggio. Infine, dato l’approssimarsi della stagione fredda e della neve che rende impossibile raggiungere il villaggio è stata fatta una consegna di generi di prima necessità lasciando pacchi di alimenti contenenti olio, riso, zucchero, grano e piselli (le prossime consegne, fino alla stagione del disgelo, saranno possibili solo grazie agli air – drop, i lanci di mataeriale dall’aereo). Dopo di che abbiamo fatto ritorno alle FOB di partenza a bordo degli infaticabili Lince e successivamente in elicottero, a Camp Arena sede del comando RC-West di Herat da cui dipende il Cimic Center del PRT di Herat”.

Ci saranno stati momenti di paura e momenti di tensione, è inevitabile. “Tanti e frequenti!” ha risposto De Felice. “Dalla sempre presente minaccia degli IED che riduce la velocità di trasferimento sui “Lince” a 8 km/h, alla presenza delle bande armate di insorti (che molte volte sono composte più da tagliagole che da elementi vicini al movimento taleban), passando per la diffidenza (forse più per la paura proprio dei criminali locali) degli Elder che talvolta non gradiscono la presenza di soldati e di armi nei loro villaggi. Non dimentichiamoci che in una di queste missioni che 13 febbario 2008, proprio durante una consegna di viveri nella Uzbeen Valley una banda di insurgents ha teso un’imboscata ad uno dei convogli che transitavano ed ha assassinato il maresciallo Giovanni Pezzulo. Comunque di più non voglio raccontare. Questo per rispetto dei soldati in questo momento in teatro e delle loro famiglie a cui spesso gli stessi non raccontano dove si trovano e cosa fanno per non preoccuparli”.

Abbiamo rivolto ad Antonio De Felice la domanda che tutti pongono a chi ha avuto l’opportunità di vedere con i propri occhi uno scenario come quello afghano: si tratta di una missione di pace o di guerra?
“Come dicevo prima, dopo la caduta del muro di Berlino tutto è cambiato, non esiste più una netta distinzione tra pace e guerra, tra bianco e nero, il colore dominante è il grigio e le sue sfumature. La missione ISAF in Afghanistan è una missione di stabilizzazione, come quella in Kosovo. In questo tipo di missione bisogna essere pronti a usare le armi così come le ruspe e le grù per costruire ospedali e palazzi. Non si tratta più di vincere una o più battaglie, ma di creare le condizioni di stabilità per consentire al popolo afghano di guardare al futuro con la speranza che sia migliore del presente, facendo si che qualsiasi tentativo di cambiamento e ritorno al passato non passi attraverso alcuna forma di terrorismo. Compreso questo passaggio si comprende facilmente che il paradigma guerra – pace non c’entra più niente e che è solo un problema di tutela degli interessi nazionali e sovranazionali”.

La politica condiziona moltissimo il buon esito di questo genere di missioni internazionali. Abbiamo domandato all’imprenditore cosa produrrebbe l’annunciato ritiro delle truppe italiane nel 2014 in Afghanistan.
“Uno degli obiettivi principali della missione ISAF,” ha illustrato De Felice, “è la creazione di forze afghane (esercito, polizia, agenti di dogana) di capacità e di livello sia per numero che per addestramento, che siano in grado di farsi carico autonomanente della sicurezza del Paese. E’ chiaro che la sicurezza è solo uno degli elementi che concorrono alla stabilizzazione del paese e che la creazione quadro politico altrettanto stabile, ma che non è il task della missione ISAF, sarà il vero elemento determinate per stabilire la possibilità di ritirare le truppe nel 2014. A chi pensa o afferma che tutto finirà in quella data, voglio ricordare gli errori commessi in Iraq soprattutto dalla Amministrazione Obama. Questo tipo di missioni non sono come una partita di football i cui tempi sono scanditi rigidamente da un regolamento. 45 minuti per tempo e al 90° l’arbitro fischia, tutti “sotto la doccia”, c’è chi ha vinto e c’è chi a perso. Oggi l’Iraq è una regione ancora altamente instabile, sotto un forte controllo iraniano tant’è che si parla già di “libanizzazione” dell’area. Quando l’Iran avrà politicamente preso il controllo anche dei giacimenti petroliferi iracheni (quelli kurdi di fatto sono già sotto il suo controllo dalla fine della prima guerra del Golfo) di al-Basrah e Zubair (3° giacimento di petrolio al mondo), di fatto diventerà il primo produttore di greggio al mondo, rubando il primato alla Arabia Saudita e stabilendo a questo punto lei stessa il prezzo al barile secondo i propri interessi. Questo è il risultato che in Iraq abbiamo prodotto con lo scellerato ritiro delle truppe in Agosto per fini elettorali, questo è ciò che non dobbiamo fare nel 2014 in Afghanistan”.

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