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Torno sull’argomento iPad visto il gran numero di lettori che mi ha sollecitato una recensione. Il nuovo dispositivo della Mela e’ uno degli oggetti piu’ attesi del 2010, anche grazie ad una campagna marketing davvero efficace, che ha saputo sfruttare il successo planetario dell’iPhone per creare una forte aspettativa. Dopo averlo usato per circa una settimana devo dire che sono un po’ deluso. Certo sapevo che avrei avuto in mano un hardware limitato, ma rifiutavo di credere che l’ipad fosse solo un giocattolo costoso per amanti dell’hi-tech.

Ho provato ad usarlo per lavoro ed e’ stato un vero disastro. Safari e’ un browser pieno di limitazioni, a tal punto da rendere la vita impossibile a chi ha la necessita’, per esempio, di scaricare un Pdf per consultarlo in un secondo momento. Scrivere questo editoriale, usando il backend di PiacenzaNigt.com, e’ possibile, ma non mi e’ concesso di caricare foto, dal momento che il pulsante “sfoglia” e’ disabilitato. Non parliamo del gargantuesco disagio provocato dall’assenza di Flash. Il plugin della Adobe che tanto infastidisce il signor Jobs, e’ presente in oltre il 75% dei siti web, e molti siti con cui ho a che far per lavoro quotidianamente non possono essere navigati. Altro tasto dolente.

Non esiste ancora iBooks per gli utenti italiani, per cui sono riuscito a verificare solo il funzionamento di Kindle di Amazon, che non e’ certo il massimo in termini di appeal. Ci sono anche molte Apps divertenti, videogame intriganti, tools utili, e immagino che presto saranno disponibili strumenti in grado di migliorare le prestazioni di Safari & co. Leggere le email in push e’ comodissimo, sfogliare le mappe e’ semplice e intuitivo, l’accesso ai video di Youtube e’ tanto elementare da risultare automatico a mia figlia che ha 15 mesi. Ma serviva davvero l’ipad per fare le cose che già‘ faceva l’iPhone? Insomma, l’iPad e’ un gadget divertente, un giocattolo sofisticato, ma non e’ assolutamente uno strumento di lavoro in grado di sostituire il notebook o il netbook.

Cari amici che leggono Piacenza Night per ritrovare un po’ di sano svago oltre all’informazione quotidiana, per farvi gli auguri di Buona Pasqua ho scelto un brano delle scritture che Mons. Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura agli studenti della sede di Roma dell’Università Cattolica) ha commentato lo scorso 12 marzo durante uno degli incontri culturali promossi dal Consiglio della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo.

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre†(Fil 2,5-11).

“Egli diventa una grande figura che domina l’abside del cosmo,” ha spiegato Mons. Ravasi. “Il mondo intero lo contempla nella gloria della Resurrezione. Dopo il Venerdì Santo c’è la mattina di Pasqua, il momento in cui il discepolo deve scoprire il volto radioso di Cristo, la speranza della luce, di ciò che è oltre il dolore e la morte. Per poterlo riconoscere è necessario un altro canale di conoscenza, gli occhi carnali, non bastano più, servono gli occhi della fede. Così, la mattina della Domenica, Maria di Magdala, recandosi al cimitero, non riconosce Cristo finché Egli non le parla, chiamandola per nome. Finché cioè non le dà una nuova vocazione, quella dell’essere credente. È la via della fede, la via nuova della conoscenza del Mistero profondo. È all’interno dell’esperienza di fede autentica, che riusciamo a ritrovare il germe della speranza. Perchè il Cristo – e attraverso lo sguardo della fede noi riusciamo a capirlo – attraversando il dolore e la morte lo ha fatto da Dio e come tale li ha irradiati di fecondità, ha deposto cioè un seme di immortalità, di eterno e di infinito dentro il dolore e il morire dell’uomo. Così il Lunedì, i due discepoli, non riconoscono Gesù risorto, che li accompagna nel cammino verso Emmaus, spiegando loro, in chiave cristologica, le Scritture, finché, giunti finalmente nella cittadina, Lui non spezza il pane: in quel momento si consuma il riconoscimento e l’itinerario è compiuto. Nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane, i due discepoli di Emmaus fanno esperienza di fede, la stessa che faremo Domenica di Pasqua e che facciamo ogni domenica, quando, nella liturgia, incontriamo Cristo che spiega la nostra sofferenza e la trasfigura in quell’abisso di luce che è il volto della Speranza, della Gioia, della Pasqua”.