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Silvio Berlusconi prepara la sua uscita di scena e bacchetta Tremonti: “pensa di essere un genio e crede che tutti gli altri siano dei cretini”
Silvio Berlusconi prepara la sua uscita di scena. In una recente intervista ha dichiarato: “a 77 anni non posso più fare il presidente del consiglio”. E ancora: “Io, se potessi, lascerei già ora (…) non mi dimetto, però verrebbe voglia. In ogni caso alle prossime elezioni non sarò io il candidato premier”. Il presidente del consiglio ha lanciato la candidatura di Angelino Alfano, bacchettando Tremonti: “pensa di essere un genio e crede che tutti gli altri siano dei cretini. Lo sopporto perché lo conosco da tempo e va accettato così. Ma è l’unico che non fa gioco di squadra”.
Silvio Berlusconi esclude categoricamente un suo interesse per il Quirinale. “Non fa per me,” ha dichiarato, “la persona adatta è Gianni Letta”.
Il premier italiano, davanti a una folla di giornalisti riuniti nella sala del Mappamondo di Montecitorio, ha colto l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “Non consegneremo l’Italia a Bersani, Vendola, Di Pietro. Andremo avanti nonostante i giornali, il fango e i fantomatici salotti dei poteri forti”. “Credo che non mi si possa contraddire, ha affermato Silvio Berlusconi, se dico che nessuno come me è stato oggetto di tanta violenza denigratoria”. “Per la sinistra l’avversario è un nemico da distruggere, da ridicolizzare e spesso anche da odiare. Noi l’avversario lo contraddiciamo ma lo rispettiamo”.
Cade Milano. I Referendum Raggiungono il quorum. Il messaggio è chiaro: o si cambia o si va dritti a casa
“Era ovvio che il referendum fosse politico e non avesse davvero come oggetto i quesiti posti sulle schede. Ed è ovvio che ora tutti coloro che prima avevano assicurato che non c’era niente di politico, ora gridino, come fa Bersani, che il governo deve sloggiare, come se fossimo in una banana republic dove non esistono vere elezioni ma soltanto colpacci bassi e colpi di Stato”. Ad affermarlo e Paolo Guzzanti, dal suo blog su Panorama.
Il risultato del Referendum è un nuovo schiaffo al Governo, a breve distanza dalla caduta di Milano. Il messaggio degli elettori è chiaro: siamo arcistifi di questa politica, del gossip, delle risse, di un centrodestra che sembra non lavorare per il futuro proprio e del Paese.
Io sono un Berlusconiano della prima ora e anche oggi, pur con enormi difficoltà , sosterrei il partito del Cav. Tuttavia vivo, come il resto degli elettori evidentemente, in un costante senso di smarrimento. Dove stiamo andando? Cosa stiamo costruendo? Quali sono gli uomini e le donne che nei luoghi della politica rappresentano davvero gli ideali che abbiamo professato? Chi sarà il prossimo leader?
La caduta di Milano, più di ogni altro risultato di questi giorni, è rappresentativa dello stato delle cose. Quando il centrosinistra presenta un progetto serio e un candidato in grado di tenere unite le sigle alle sue spalle, può vincere ovunque. E’ capitato anche a Piacenza, con Roberto Reggi.
La fortuna del Governo è che, nonostante le dure sconfitte, nelle alte sfere dell’opposizione nulla è cambiato. Non esiste un nuovo leader in grado di tenere unita la coalizione e soprattutto non esiste un programma serio e condiviso da tutti. Il collante tra forze che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra (gli ex comunisti e gli ex demoscristiani del Pd, gli ex fascisti di Fini, i giustizialisti dell’Idv, la setta di Beppe Grillo con i suoi seguaci, ecc.) resta unicamente l’odio verso Silvio Berlusconi.
E con la politica dell’odio non si va da nessuna parte. Si spera.
Fini, Casini e Bersani preparano il ribaltone con la benedizione di Napolitano. Ma mancano i numeri e soprattutto una vera proposta
Che pena il centro destra. Lo dice uno che nel ‘94 contribuì a fondare il primo club di Forza Italia a Piacenza, e che non ha mai rinnegato la propria collocazione nell’alveo del centro destra italiano. All’interno del centro destra ho sempre combattuto le mie battaglie, accettando serenamente di pagarne le conseguenze.
Lo show di Gianfranco Fini & Co. a Mirabello mi ha colpito con la violenza di un pugno alla bocca dello stomaco; nelle parole del Presidente della Camera, infatti, ho avvertito lo stesso cinico opportunismo che mi ha allontanato dalla politica attiva.
La rovina del centro destra, a livello locale in particolare, è proprio il dilagare incontrastato di ottusi personalismi che sovrastano ogni proposito di esprimere una tesi politica in grado di aiutare effettivamente la nostra comunità . L’imperativo primario è sempre stato quello di dare uno stipendio a tante persone che, senza ruoli di nomina o elettivi, non avrebbero uno straccio di occupazione, e non potrebbero passeggiare per le piazze gonfie come pavoni. Per fortuna fanno da contraltare a questi politicanti alcune donne ed alcuni uomini che hanno dedicato la vita alla politica, e che si distinguono dagli altri perchè sono sempre in prima linea anche quando non c’è nemmeno una fetta di torta da dividere.
A livello nazionale il danno prodotto dai personalismi si fa esponenziale.
Qual è il progetto di Fini? Qualcuno è riuscito a capire perché si stia opponendo al programma elettorale da lui stesso redatto? Qualcuno crede davvero che le sue azioni di questi ultimi mesi siano ispirate dall’amore per la legalità e per questa povera patria? Tutti gli esponenti di spicco di Alleanza Nazionale che non hanno seguito Fini nel suo ammutinamento sono forse impazziti?
Allora diciamo le cose come stanno. Gianfranco Fini non ne poteva più di aspettare la fine di Silvio Berlusconi, e si è mosso per cercare di anticiparla. Con il risultato che, molto probabilmente, le sue azioni porteranno all’ennesima resurrezione del Cavaliere (Santo Subito!). Non ci credete? Ragioniamo insieme…
Da un lato abbiamo Gianfranco Fini con i suoi fedelissimi, l’Udc di Casini. Rutelli e i suoi parlamentari dissidenti e Pierluigi Bersani, pronto a siglare un’alleanza con “il lato oscuro della forza” pur di detronizzare il Cav. Dall’altro abbiamo il Presidente Napolitano, pronto ad offrire la sua benedizione all’ennesimo ribaltone, purché sussistano le condizioni.
Tuttavia mancano i numeri.
Alla Camera, sommando i voti di Fini (33) con quelli di Pd (206) e IdV (24), con quelli dell’Udc (38), e con i seguaci di Rutelli (8), si arriva a quota 309. Ne mancano 7; la maggioranza necessaria è di 316 voti.
Al Senato la Santa Alleanza Anti-Cav arriverebbe a contare 151 voti rispetto ai 161 necessari per ottenere la maggioranza. Potrebbero riservare sorprese i Gruppi Misti o i senatori a vita, ma non esiste una vera maggioranza che legittimi il Presidente della Repubblica ad offrire il governo a Fini, Bersani & Co.
E più dei numeri, consentitemelo, manca il benché minimo straccio di idea. L’Italia ha bisogno di una guida salda, di riforme serie e rapide, e di un programma di governo solido.
Come potranno accordarsi per governare quelli del Pd (che nemmeno al loro interno riescono a sintetizzare idee profondamente contrastanti), con i dissidenti di Fini, gli ex DC di Casini, i forcaioli dell’Idv, e chi più ne ha più ne metta.
Alla fine se davvero questa accozzaglia di sigle inconciliabili ottenesse di governare, in barba alla volontà degli elettori, quali riforme verrebbero varate? Quale legge elettorale (i finiani sono presidenzialisti, nel Pd sono espresse almeno 4 posizioni diverse, l’Udc vuole il proporzionale alla tedesca, ecc.) riuscirebbe a vedere la luce?
La verità è che si tornerebbe a votare molto in fretta. E ancora una volta il popolo italiano vedrebbe in Silvio Berlusconi l’unica via d’uscita.
Pierluigi Bersani alla resa dei conti. Per i veltroniani l’esito delle elezioni e’ stato disastroso
Le elezioni regionali si sono concluse e lo scenario attuale ritrae un’Italia in cui al centrodestra vanno 11 regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia-Giulia, Lazio, Molise, Abruzzo, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna) e al centrosinistra 7 regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Liguria, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata).
Con la sconfitta imprevista in Lazio e Piemonte, i leader del Partito Democratico fedeli a Veltroni e a Franceschini si sono presentati al vertice dei big per la resa dei conti con Bersani e D’Alema e per chiedere a gran voce un cambio di rotta.
Malgrado il centrodestra di Berlusconi si presentasse a queste elezioni indebolito nei sondaggi ed appesantito dalla figuracca fatta di fronte al Paese per via delle liste, per il centrosinistra l’esito di quste elezioni – a detta di Veltroni – è stato “disastroso”. Il suo braccio destro Walter Verini ha fornito un’analisi spietata. Oggi il Pd è “ininfluente al Nord e residuale nel Sud”.
L’area vicina a Franceschini ha presentato al leader Bersani due conticini della serva. Il Pd è sotto il risultato delle europee di circa mezzo punto, fermo al 26%. “Ma di quale avanzata parliamo?” hanno chiesto al segretario in Transatlantico.
Carlo Bertini su “La Stampa” riporta anche le dichiarazioni dell’ex segretario. “Ora serve una correzione di rotta”, ha dichiarato Franceschini, “perché puoi abbandonare un progetto ambizioso e scegliere la politica del quieto vivere con tutti, ma se non ti porta risultati allora bisogna tornare al progetto originario per cui è nato il Pd: un partito che parli al Paese, che non appalti il consenso ad altri facendosi condizionare da coalizioni disomogenee”.
Dal canto suo Veltroni rifiuta di fare processi, ma non sottovaluta quello che lui stesso definisce “un risultato elettorale così grave”. “Sarebbe sbagliato identificare l’astensionismo solo con la rabbia,” ha spiegato, “c’è anche gente sfiduciata perché non vede un’alternativa credibile a Berlusconi”.
Pierluigi Bersani si è difeso strenuamente, spalleggiato da Massimo D’Alema. “Non canto vittoria, ma non siamo neanche sconfitti. A gennaio nessuno avrebbe scommesso su un sette a sei,” ha dichiarato. “È falso poi che siamo scomparsi al Nord. Il voto alla Lega è un voto contro Berlusconi”.
Sarà … ma guardando la cartina dell’Italia il Pd sembra confinato nelle sole regioni storicamente rosse. E anche qui ci sono risultati che meritano un’attenta lettura. In Emilia-Romagna, per esempio, Vasco Errani ha vinto con il 52,06% dei voti, quando cinque anni fa fu eletto presidente con il 62,7% dei voti.













