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Il 28 novembre scorso, Wikileaks ha pubblicato la più ingente rassegna di documenti riservati sulle diplomazie occidentali mai resi noti al grande pubblico. Nei dossier pubblicati sono stati rivelati segreti relativi all’operato del Governo degli Stati Uniti e di molti capi di Stato europei.

Ne abbiamo parlato con Giuliano Tavaroli, uno dei maggiori esperti di sicurezza informatica in Italia. Con un passato da brigadiere, in servizio presso la sezione Anticrimine dei Carabinieri di Milano (nel reparto antiterrorismo guidato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa), dopo la lunga attività di security manager ai vertici di Pirelli e, successivamente, del Gruppo Telecom Italia, oggi Tavaroli è consulente di Dual Service e Dual Risk Management, società del gruppo Exe di Brescia, che si occupano di consulenza e servizi nell’ambito della sicurezza.

Nel suo libro “Spie”, Giuliano Tavaroli racconta i retroscena di un tentativo di sottrarre informazioni dai server della Kroll americana. Anche in quel caso le vittime non riuscirono a difendersi e non si accorsero dell’intrusione. “In questi giorni tutti sembrano domandarsi chi si nasconda dietro a Mr. Assange,” ha esordito Tavaroli. “Potremmo dire tutti e nessuno. Wikileaks ha costruito dal 2006 la reputazione di un sito che protegge i whistlerblower e che fornisce un ribalta pubblica a chi vuole far conoscere malefatte o anche solo informazioni riservate del sistema e le modalita’ di funzionamento del potere. E’ un moderno megafono”.

Un megafono che riesce a rubare intere banche dati senza che Dipartimento di Stato americano o il Pentagono riescano ad accorgersene. “Negli ultimi anni si è focalizzata l’attenzione, e quindi gli investimenti, verso la rete ed i rischi connessi alla comunicazione. Sfugge ai più che i dati che circolano su Internet hanno un’origine e una destinazione finale su server e database ai quali, spesso, non è concessa la stessa attenzione dal punto di vista della sicurezza. Inoltre c’è da aggiungere che il compromesso tra l’esigenza di comunicare, il diritto alla privacy e la sicurezza non ha ancora trovato un punto di equilibrio gestibile”.

La domanda che tutti hanno in testa è come riesca Wikileaks a sostenersi economicamente. “Non esistono informazioni sufficienti per sabilire quanto costi Wikileaks,” ha risposto Tavaroli. “Si può affermare che la tecnologia, oggi, consente di far vivere un progetto come questo a costi davvero contenuti. Al momento sembra che i soli contributi dei donors mantengano in piedi la struttura. E’ stato annunciato che per fine anno verranno resi pubblici gli economics della gestione. Forse riusciremo a capirne di più″.

Come proteggersi, dunque, da realtà come Wikileaks? “Non è solo un problema di tecnologia,” ha spiegato Tavaroli, “quanto piuttosto – in primis – di cultura, di organizzazione e certamete di allocazione delle risorse. La sicurezza costa, e qualsiasi organizzazione (pubblica o privata) oggi deve misurarsi con il problema delle ’scarse risorse’, e con la necessità di dare soddisfazione ad altre priorità“.

Viene da pensare che anche una potenza come Stati Uniti abbia sopravvalutato la sicurezza dei propri sistemi informatici. “Da quanto affermato anche dal DoD, in realtà è stata presa una decisione consapevole. Dopo l’11 settembre una commissione governativa ha ravvisato nella mancata condivisione delle informazioni la principale causa del disastroso evento terroristico. Successivamente è stato avviato un enorme progetto chiamato ’share for win’ (condividere per vincere) che stravolgeva il vecchio principio del ‘need to know’ (ricevere un’informazione solo se necessaria) e allargava il perimetro della condivisione dell’informazione all’interno delle agenzie federali. Io non credo che i fatti di questi giorni cambieranno questa filosofia; piuttosto indurranno ad investire maggiori risorse in sistemi di controllo e sicurezza, ricorrendo sempre di più alla biometria”.

Il prossimo obbiettivo dichiarato da Wikileaks saranno le banche. Sono organizzate per resistere? Su questa questione Tavaroli è perentorio: “assolutamente no”, ha risposto.

Abbiamo voluto concludere con una provocazione, chiedendo all’esperto di security se le attività di Wikileaks possono considerarsi una forma di terrorismo. “Bé, se guardiamo alla definizione di terrorismo universalmente accettata, e riconosciuta dalle Nazioni Unite, la risposta è no. Ho più volte fatto notare, in questi giorni, che Mr. Assange non ha mai fatto mistero del suo rivoluzionario messaggio, e del manifesto che ha dato vita a Wikileaks: rendere il potere “nudo” e offrire la verità alla società civile. Non so se gli verrà concesso altro tempo, o se avrà altre occasioni per divulgare notizie così importanti. Ma se non si tratterà di Wikileakes o di Assange qualcun’altro proseguirà questa battaglia. Il potere, e soprattutto la sua celebrazione nelle stanze segrete, oggi è sempre più a rischio di essere esposto. E’ un cambiamento non da poco, reso possibile dalla rete, dall’anonimato delle fonti e dai cambiamenti tecnologici. Senza un approccio proattivo e diffuso è davvero difficile dare risposte credibili in materia di sicurezza”.

“Gli Stati Uniti si sono espressi e si sono espressi in modo chiaroâ€. Con queste parole il senatore dell’Arizona John McCain, dal palco di Phoenix, ha iniziato il discorso con il quale ha concesso la vittoria al senatore dell’Illinois Barack Obama, eletto pochi minuti fa Presidente degli Stati Uniti.

â€Ho chiamato per congratularmi con il senatore Obama, eletto presidente del Paese che entrambi amiamoâ€, ha aggiunto il candidato repubblicano McCain, che ha parlato ai suoi elettori con tono mesto. â€Abbiamo lottato duramente e non ce l’abbiamo fatta, il fallimento è mio, non vostro. Ora bisogna rimettere in pista questo Paese!â€.

McCain ha poi aggiunto di non sapare “cosa avremmo potuto fare di più per vincere queste elezioni. Sono stati fatti degli errori e anche io ne ho commessiâ€, ha concluso.

Credo che da queste elezioni così emozionanti la politica italiana dovrebbe prendere spunto, soprattutto per lo stile. I candidati si sono fronteggiati energicamente, non risparmiandosi attacchi reciproci e dichiarazioni al veleno, ma mai con i toni a cui ci hanno abituato i nostri politici. E, mai come quando si rappresente il proprio Paese, lo stile gioca un ruolo fondamentale.

Richmond, Virginia. Città che è stata la capitale della Confederazione Sudista. Città che è stata protagonista di episodi di razzismo fin dal tempo dei padri fondatori, da sempre roccaforte repubblicana (eccetto la vittoria di Lyndon Johnson nel 1964, la conservatrice Virginia dal 1952 ha sempre votato repubblicano), potrebbe dare il via libera ad un candidato nero come portabandiera dei democratici nella corsa alla Casa Bianca.

Barack Obama è super favorito, e si presenta con il favore dei sondaggi ad una delle batteglie più importanti della storia americana. L’istituto di sondaggi Mason-Dixon ha diffuso dati che indicano Obama in vantaggio su Hillary Clinton 53-37 in Virginia e 53-35 in Maryland.

Sul fronte repubblicano John McCain viene dato ampiamente favorito, ma l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, non si arrende.

Le prossime ore saranno decisive. E Hillary lo sa bene (tanto da finanziare la sua campagna con altri 5 milioni di dollari di tasca sua). Intanto il sindaco di New York, Michael Bloomberg (che da buon miliardario si paga tutte le campagne da sé), resta alla finestra a guardare… pronto a stupire tutti con un colpo di scena.

Il 3 gennaio partiranno le primarie per scegliere i candidati alla Casa Bianca, e il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Dovremo attendere la fine dell’estate per sapere chi, nel novembre prossimo, sarà il candidato ufficiale dei Democratici e dei Repubblicani, ma intanto nulla ci vieta di fare congetture.

Personalmente sogno un confronto tra Barack Obama (Democratico) e Rudolph Giuliani (Repubblicano).

Obama è il populista di sinistra, è un uomo nuovo, piace all’anima progressista (che mal sopporta i Clinton) ed è un nero. Entusiasma le folle, e questo non è esattamente un bene visto che tra i Democratici esiste una sorta di maledizione che impedisce ai più “osannati” dalla gente di arrivare ad essere candidati.

Rudy Giuliani è il sindaco della New York dell’11 Settembre. E’ un uomo di polso ma anche di valori, legato alle tradizioni, ma rispettoso del pensiero altrui. Continua ad essere in testa nei sondaggi nazionali, anche se i suoi contendenti lo tallonano da vicino.

Tra gli altri spiccano:

Hillary Clinton (Democratica), in testa secondo i sondaggi nazionali con 18 punti su Obama, moglie del due volte Presidente Bill (figura ingombrante), moderata e pronta al compromesso.

Mike Huckabee (Repubblicano), il populista di destra, ex governatore dell’Arkansas. Essendo un pastore piace ai religiosi, in particolare nell’Iowa e nella Carolina del Sud.

John Edwards (Democratico), altro populista di sinistra, indietro di 30 punti su Hillary.

John McCain (Repubblicano), 71enne, pur con alti e bassi sembra in grado di infastidire Rudy.

Mitt Romney (Repubblicano), secondo nei sondaggi dietro all’ex sindaco di New York, piace all’elettorato repubblicano, pur senza essere mai risultato troppo convincente.

Tra sette litiganti, un ottavo sembra pronto a creare scompiglio. Michael Bloomberg, potrebbe presentarsi come indipendente alle prossime elezioni presidenziali. Ebreo, ricchissimo (il suo patrimonio personale è stimato in 4 miliardi di dollari), entrerà in competizione se dovessero emergere due candidati agli antipodi, come Mike Huckabee tra i repubblicani e Barack Obama o John Edwards tra i democratici. Secondo indiscrezioni potrebbe investire fino a un miliardo di dollari della sua fortuna per la campagna elettorale.