Le mie fotografie

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Nicola Bellotti - DuneDa sempre mi interrogo sul concetto filosofico di “bello”. La parola aesthetica ha origine dalla parola greca αἴσθησις che significa sensazione e dalla parola αἰσθάνομαι che significa percezione mediata dal senso. Chi fa ricerca “estetica”, parlando di filosofia, non può che concentrarsi su ciò che è naturalmente bello e sull’universo delle produzioni artistiche, cercando di sintetizzare un proprio giudizio di gusto.

Amando così profondamente l’arte (e in genere le cose belle), ho concentrato la mia personale ricerca sulle arti grafiche e sulla fotografia. Complice il mio lavoro in campo pubblicitario, ho il privilegio di potermi dedicare all’estetica delle cose ogni giorno, cercando di coniugare l’importanza di una strategia, con la necessità di comunicare in modo appropriato. L’ideazione e la produzione dei “contenuti” della comunicazione sono un aspetto davvero intrigante del mio quotidiano.

Dovendovi però descrivere le mie fotografie, mi trovo in imbarazzo. Non so trovare le parole giuste per spiegare cosa sto cercando di dimostrare, soprattutto a me stesso. La fotografia è una cosa ambigua, da sempre prigioniera di un limbo collocato sul confine tra l’arte e il nulla, soprattutto in una società come la nostra, dominata da un eccesso di immagini di pronto consumo.

2016-02-11_1182848113052382136Nella prefazione del mio libro fotografico “Purple Book” è scritto: “Nicola Bellotti ritrae esclusivamente modelle non professioniste, ragazze della porta accanto che per la prima volta si confrontano con l’obiettivo del fotografo. E il suo scopo non è la rappresentazione della realtà, ma piuttosto la ricerca del sogno, il voler essere al posto dell’essere. Con i suoi volti struccati, le sue location essenziali, le luci naturali e mai studiate a tavolino, l’artista trasforma le diversità reali dei soggetti ritratti (fatte anche di difetti) nel suo ideale di bellezza“. Nicola Bellotti,” continua la prefazione, “ha un rapporto particolare con la modella. Durante la realizzazione del servizio fotografico le parla, la osserva, la studia, cerca di instaurare un feeling che gli permetta di ritrarre qualcosa che in natura non esiste. Non rimane un osservatore esterno, ma diventa un complice discreto e silenzioso, capace di far sparire l’obiettivo e di proiettare il set in una dimensione quasi onirica”.

Mi riconosco in queste parole. Ogni mio set è una “messa in scena” costruita alla scopo di immortalare una suggestione, di trasmettere le emozioni che i miei soggetti provano mentre mettono in mostra il proprio corpo e contemporaneamente mettono a nudo la propria anima. Quasi sempre il mio set fotografico si trasforma nella variante glamour dello studio di uno psicologo. E quando si arriva davvero all’anima di un soggetto, riuscendo ad immortalare una minima porzione della sua luce, qualcosa di “bello” e degno di essere condiviso con il mondo viene alla luce.

Il fotografo a questo punto non deve fare altro che premere un pulsante.