Fumetti. Tutte le storie che mi hanno disegnato

«Che cosa puoi capirne tu, con una libreria piena di fumetti?» Me lo disse una psicologa, anni fa, nel bel mezzo di una discussione a tavola con amici. Mi fece più riflettere che arrabbiare: certi preconcetti resistono, anche davanti a un’arte che mi ha insegnato a crescere.

Ci sono amori che durano una vita intera. Il mio amore per i fumetti è uno di quelli, nato nell’infanzia e cresciuto con me anno dopo anno. Sin da bambino, i fumetti hanno rappresentato un rifugio e un mondo di meraviglie in cui perdermi. Ricordo ancora le prime pagine sfogliate con occhi sognanti: erano come finestre su universi lontani, avventure epiche e personaggi indimenticabili che diventavano amici fidati.

Da ragazzino, la mia immaginazione è stata infiammata da eroi leggendari e storie larger-than-life. Ken il Guerriero è stato uno dei primissimi: l’uomo dalle sette stelle, in un mondo post-apocalittico, che combatteva per i deboli con la forza invincibile della sua arte marziale. Non è un caso se è un mito che dura da decenni. Se è leggenda, ci sarà un perché. Subito dopo vennero I Cavalieri dello Zodiaco, un’opera epica e cavalleresca che mi teneva incollato alle pagine con le sue armature scintillanti ispirate alle costellazioni e l’amicizia fra giovani guerrieri pronti a sacrificarsi per salvare Athena e il mondo. Quelle battaglie combattute con il cosmo nel cuore avevano un’aura quasi mistica per l’adolescente che ero: imparavo il valore dell’onore, del coraggio e della lealtà mentre seguivo Seiya e compagni nelle loro imprese avvincenti.

In quegli stessi anni scoprivo la poesia e la profondità di Nausicaä della Valle del Vento, un vero poema epico a sfondo ambientalista disegnato dal maestro dei maestri Hayao Miyazaki. Esiste anche l’anime, ma il manga è tutta un’altra cosa. Le avventure di Nausicaä, principessa coraggiosa che vola sul suo aliante sopra foreste tossiche per salvare la sua gente e la natura, mi affascinavano totalmente. C’era una sensibilità nuova in quelle pagine: un messaggio ecologista profetico e visionario, una malinconia dolce che mi fece capire come i fumetti (e i film animati tratti da essi) potessero parlare di temi importanti come la pace e il rispetto per l’ambiente, pur restando avventurosi e fantastici.

E come dimenticare La Corazzata Yamato, l’astronave leggendaria nata dalla fantasia di Leiji Matsumoto? Quelle storie di viaggi interstellari a bordo di una nave da guerra trasformata in vascello spaziale erano eroiche e stratosferiche. Yamato (nota da noi anche come Star Blazers) era molto più di una saga di fantascienza: era una storia profetica e toccante, immersa in un universo narrativo in cui si muovono anche altri miti di Matsumoto, da Capitan Harlock al Galaxy Express 999 fino alla Regina dei mille anni. Ogni episodio, ogni tavola, mi faceva battere il cuore: l’idea del sacrificio dell’equipaggio per salvare la Terra, il senso di meraviglia davanti all’infinito cosmo, la feroce critica sociale verso un’umanità egoista… Tutto ciò alimentava la mia giovane fantasia e ancora oggi, ripensandoci, provo un brivido di nostalgia.

Crescendo, i miei gusti si sono evoluti e nell’adolescenza ho iniziato a cercare storie più oscure, complesse o capaci di scuotermi nell’animo. Fu allora che mi imbattei in fumetti che mi avrebbero segnato profondamente. Devilman di Go Nagai fu uno di questi: un racconto dove bene e male si mescolavano in modo inquietante. Ricordo che il suo stile di disegno non era tra i più raffinati, eppure la trama era così avvincente che non potevo staccarmene. Il finale poi… un colpo di scena apocalittico e tragico che mi lasciò senza parole, traumatizzato e insieme affascinato dal coraggio di quella scelta narrativa. Allo stesso modo, Berserk di Kentarō Miura mi trascinò in una fiaba nera e violentissima. Seguire le gesta tormentate di Guts, tra mostri e incubi medievali, significava prendere pugni nello stomaco uno dopo l’altro – ogni volume era un viaggio nell’orrore e nel dolore, eppure non riuscivo a smettere di leggere. L’arte dettagliata e cupa di Miura, con quelle tavole epiche piene di pathos, era indimenticabile; la sua narrazione coraggiosa osava portarmi in abissi emotivi che pochi altri media avevano esplorato. E in mezzo a queste tenebre c’era spazio anche per la ribellione ironica e dissacrante di Bastard!!. Il fantasy metallaro di Kazushi Hagiwara, con il suo antieroe Dark Schneider, mi faceva sentire come un adolescente complice di una grande provocazione: era come se l’autore avesse mostrato un colossale dito medio a tutti gli stereotipi del genere fantasy, mescolando magia, rock e sensualità in un’avventura sopra le righe. Mi divertivo un mondo a scovare i riferimenti heavy metal nascosti nei nomi dei personaggi e a lasciarmi sorprendere dall’irriverenza di quelle pagine. In quegli anni inquieti, Devilman, Berserk e Bastard!! divennero per me molto più che semplici fumetti: erano valvole di sfogo, specchi di emozioni forti e compagni nelle notti di lettura appassionata.

Ma l’adolescenza non fu fatta solo di oscurità e ribellione; fu anche il tempo delle prime forti emozioni e delle lacrime inaspettate. Video Girl Ai, il manga delicato e romantico di Masakazu Katsura, mi colse di sorpresa: credevo di leggere una storia d’amore con un tocco di fantastico, ma non mi aspettavo certo di trovarmi con le guance rigate di pianto. E invece successe proprio così: quel fumetto fu l’unico che riuscì a farmi piangere a dirotto. Come un cretino. La colpa fu di quell’ultima tavola, arrivata a tradimento dopo il finale, una scena conclusiva inattesa che riempì il cuore di tenerezza. Piangevo e sorridevo. Ancora oggi, se ripenso a quell’ultima pagina sento un nodo alla gola e rivivo le emozioni di quel momento.

In quegli stessi anni scoprii anche Orange Road di Izumi Matsumoto, la classica storia del triangolo amoroso adolescenziale che mi fece sognare a occhi aperti. Che voglia che avevo di innamorarmi in quegli anni. Le vicende di Kyosuke indeciso tra la dolce Hikaru e la fiera Madoka erano così spensierate e romantiche che Orange Road rimane nel mio cuore per la sua dolcezza infinita: era come assaporare un’estate senza fine, fatta di prime cotte, risate, gelosie e musica anni ’80 in sottofondo.

E poi c’era Rocky Joe (il leggendario Ashita no Joe), che lessi dopo avere visto l’anime in tv. La storia del pugile Joe Yabuki, ragazzo di strada che lotta per il riscatto attraverso la boxe, mi travolse con la sua intensità umana. Pagina dopo pagina tifavo per lui, soffrivo con lui, speravo con lui. E arrivato all’ultima, iconica scena… Cosa posso dire? C’è chi ha pianto e chi mente, si dice spesso del finale di Rocky Joe. Attraverso Video Girl Ai, Orange Road e Rocky Joe compresi che i fumetti sanno parlare d’amore, di amicizia, di sogni infranti e speranze con un’efficacia incredibile – e sanno commuovere, eccome se lo sanno fare.

Nel mio percorso di lettore appassionato, arrivò poi il momento di scoprire che i fumetti non erano soltanto avventura e sentimento, ma potevano anche sprigionare una potente carica sensuale ed erotica, diventando opere d’arte per adulti. Da giovane adulto (o forse già verso la fine dell’adolescenza), mi imbattei nei capolavori di Milo Manara, e fu una rivelazione. Le tavole di Manara erano di una bellezza ipnotica: ogni linea elegante e sinuosa trasmetteva sensualità e raffinatezza. Opere come Il Gioco e Il Profumo dell’Invisibile mi fecero capire che l’erotismo a fumetti poteva essere sofisticato, giocoso e terribilmente magnetico. Attraverso le avventure oniriche e metanarrative del ciclo di Giuseppe Bergman, Manara definì per me degli standard artistici altissimi, mescolando Eros, avventura e arte in un abbraccio inscindibile. Ma Manara non fu l’unico maestro italiano dell’eros su carta a lasciare il segno. Scoprii infatti Valentina, la celebre creazione di Guido Crepax: con il suo tratto inconfondibile, fatto di bianco e nero raffinato e atmosfere tra il surreale e il psicoanalitico, Crepax mi trascinò nei sogni sofisticati e un po’ contorti di Valentina. Era un erotismo diverso, più cerebrale e stilizzato, che ampliò ulteriormente i confini della mia idea di fumetto. Non posso poi non ricordare la provocazione e l’irriverenza di Le 110 Pillole di Magnus: un viaggio ironico ed erotico nell’antica Cina, dissacrante e divertente, che mi fece sorridere e al contempo ammirare la versatilità del medium fumetto. E come dimenticare Druuna di Paolo Eleuteri Serpieri? Quelle pagine mi travolsero con il loro mix di fantascienza distopica e sensualità esplicita: il corpo prorompente di Druuna che si aggira in mondi decadenti e pericolosi era raffigurato con un realismo e una cura del dettaglio tali da togliermi il fiato. Serpieri, con il suo segno realistico e sensuale, mi mostrò un futuro oscuro dove Eros e Thanatos danzavano insieme, lasciandomi impressioni indelebili. Accanto a questi nomi, citerei anche Vittorio Giardino: le sue opere (penso a Viaggio a Budapest, a Little Ego e ad altre) uniscono eleganza classica e passione, dimostrando che anche l’erotismo può essere anche solo nel tratto, o raccontato con classe, introspezione e un pizzico di nostalgia. Grazie a tutti questi maestri, ho scoperto che il fumetto è davvero un’arte capace di esplorare ogni emozione umana – dalla più innocente alla più proibita – senza mai perdere la sua poesia.

Parallelamente alla scoperta dell’eros a fumetti, la mia passione mi ha portato ad esplorare la ricchissima tradizione italiana in fatto di avventure disegnate. Sin da ragazzo, infatti, accanto ai manga giapponesi e ai supereroi americani, nel mio cuore c’è sempre stato un posto speciale per gli eroi di casa nostra. Come italiano, sono orgoglioso di come i fumetti abbiano fatto parte della nostra cultura popolare, e ho divorato con entusiasmo tanti albi della Sergio Bonelli Editore, una vera fucina di mondi immaginari. Su tutti, Dylan Dog ha brillato come un faro nelle mie notti di lettura: l’indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi mi affascinava con le sue storie dell’orrore, a volte macabre e spaventose, altre volte venate di ironia o di malinconia. Ricordo ancora l’inquietudine di certe notti passate a leggere vecchi albi di Dylan a lume di abat-jour, trattenendo il fiato in attesa del mostro di turno… Ma Dylan Dog sapeva anche farmi riflettere e commuovere. In particolare, due sue avventure mi hanno toccato nel profondo: Il lungo addio, una storia struggente di amori perduti che mi fece commuovere profondamente (non avrei mai pensato che un fumetto dell’orrore potesse raccontare così bene la tenerezza di un addio), e Johnny Freak, un episodio toccante e doloroso che tratta temi come la diversità e la crudeltà umana con una sensibilità rara. Quelle storie dimostravano che il fumetto popolare poteva essere al contempo toccante e poetico, e che Dylan Dog, con il suo cuore di poeta maledetto, era ben più di un semplice personaggio horror: era un amico di carta che sapeva capirmi.

Un altro compagno inseparabile delle mie letture è stato Nathan Never. Con Nathan spaziavo verso le stelle e oltre: questo eroe dal trench nero mi ha fatto esplorare la fantascienza a 360 gradi, portandomi in città futuristiche alla Blade Runner, su pianeti lontani e perfino in paradossi temporali. Ogni albo di Nathan Never era un’immersione in temi classici della sci-fi – robot e intelligenze artificiali, viaggi nel tempo, cyberpunk e space opera – mescolati con sapienza e con un taglio maturo. Anche Nathan, in fondo, è un personaggio malinconico, con un passato doloroso alle spalle, e forse è proprio questa vena sentimentale che mi legava a lui quasi quanto l’amore per la fantascienza pura. Ma il mondo Bonelli è popolato da tantissimi altri eroi, e negli anni ho avuto la fortuna di affezionarmi a molti di loro. Penso a Martin Mystère, il detective dell’impossibile, le cui avventure colte e misteriose mi insegnavano sempre qualcosa su miti e leggende del mondo; a Nick Raider, il poliziotto di New York, che mi regalava solide storie crime dal taglio cinematografico; e poi a Julia, la criminologa dal volto dolce ispirato ad Audrey Hepburn, protagonista di raffinati gialli psicologici che leggevo come si beve un buon tè, assaporandoli piano. E ancora Napoleone con i suoi toni surreali e onirici, Cassidy con il sapore rock’n’roll delle sue fughe nel cuore dell’America, Morgan Lost con le sue atmosfere cupe da thriller gotico-moderno… insomma, ogni eroe Bonelli rappresentava per me una porta aperta su un genere diverso, su un tono narrativo unico, su un nuovo angolo di immaginazione da esplorare. Ognuno di loro mi ha tenuto compagnia, allietando i pomeriggi di lettura e alimentando la mia sete di storie.

Parlando di fumetti italiani, non posso tralasciare la magia surreale di Jacovitti. Prima ancora di capire da adulto la genialità di Benito Jacovitti, da ragazzino rimanevo incantato di fronte alle sue tavole straripanti di personaggi stralunati, salami con le gambe, e dettagli folli in ogni angolo. Il suo tratto umoristico, dinamico e inconfondibile mi faceva ridere e sognare allo stesso tempo. C’era così tanta fantasia in quei disegni – penso a serie come Cocco Bill o alle vignette umoristiche che trovavo nei vecchi albi di mio padre – che potevo passarci minuti interi a cercare ogni piccolo scherzo nascosto e ogni trovata assurda sullo sfondo. Jacovitti è stato un maestro del fumetto comico italiano, e le sue creazioni mi hanno insegnato ad apprezzare anche il lato più giocoso e scanzonato dei fumetti. Ancora oggi, se riprendo in mano una sua illustrazione, sorrido con la stessa meraviglia di allora, ripensando a quanto fantasticavo su quei mondi buffi e strampalati.

E a proposito di meravigliose commistioni tra letteratura e fumetto: vorrei citare la splendida trasposizione a fumetti del Commissario Ricciardi, edita anch’essa da Bonelli. Vedere il personaggio creato da Maurizio de Giovanni prendere vita tra le vignette è stato un vero regalo. Le indagini del malinconico commissario, ambientate nella Napoli d’epoca (quegli anni Trenta dal fascino in bianco e nero, tra canzoni lontane e ombre di un regime), sono state rese con disegni evocativi e sceneggiature fedeli allo spirito originale. Leggere Il Commissario Ricciardi a fumetti è stato come fare un tuffo nel passato: potevo quasi sentire l’odore del mare di Napoli e il rumore dei vicoli mentre sfogliavo le pagine. È stato toccante vedere come il mio bistrattato medium preferito potesse reinterpretare un romanzo, aggiungendo un ulteriore livello di emozione attraverso l’arte visiva. Mi ha ricordato, ancora una volta, la versatilità straordinaria del fumetto come linguaggio narrativo. Con buona pace della psicologa. 

Nel mio viaggio attraverso la nona arte, non potevano mancare gli eroi in calzamaglia e le grandi saghe provenienti da oltre oceano. Fin da ragazzino ero affascinato dai supereroi americani, ma col tempo ho imparato ad amarli non solo per i poteri e le azioni spettacolari, bensì per ciò che rappresentavano. Gli X-Men, ad esempio, sono stati bandiera del valore dell’inclusività e dell’accettazione del diverso ben prima che questi temi diventassero di attualità nei discorsi comuni. Le storie dei mutanti di Xavier – perseguitati per la loro natura speciale – erano metafore potenti contro ogni forma di discriminazione: leggendole, capivo che la diversità è un dono e che la tolleranza e l’amicizia possono trionfare sull’odio. Allo stesso modo, Spider-Man ha occupato un posto speciale nel mio cuore di lettore. Peter Parker, con i suoi problemi quotidiani, le bollette da pagare, il lavoro precario e i drammi personali, mi appariva più che un eroe – quasi un amico, un ragazzo come me che cercava di destreggiarsi tra responsabilità enormi e una vita normale. La lezione di zio Ben (“da un grande potere derivano grandi responsabilità”) risuonava forte mentre seguivo le sue avventure: Spider-Man mi ha insegnato che non conta cadere, ma la capacità di rialzarsi mille volte, il senso del dovere e l’importanza di non arrendersi mai, neanche quando la vita ti riempie di complicazioni. Sul versante DC, Batman mi conquistò per ragioni diverse: era oscuro, tormentato, umano nonostante il suo mito. In particolare ricordo la prima volta che lessi The Killing Joke, la graphic novel culto sul Cavaliere Oscuro: restai profondamente colpito e turbato. In quelle pagine scritte (e disegnate) magistralmente, Joker metteva in scena la sua follia in modo così disturbante da farmi gelare il sangue. Attraverso Batman ho esplorato il tema della dualità, del confine sottile tra giustizia e vendetta, e ho capito che anche nell’oscurità più profonda può bruciare una scintilla di speranza incorruttibile. I supereroi, con le loro maschere e i loro simboli, mi hanno accompagnato per anni come moderni dèi mitologici: dietro le battaglie contro il crimine c’erano ideali, paure e speranze fin troppo umane, e questo li rendeva vicini al mio cuore.

Negli anni ho anche adorato leggere alcune saghe e graphic novel che offrivano prospettive nuove e coraggiose su questi miti. Marvel 1602, ad esempio, mi incantò con la sua idea geniale di reimmaginare gli eroi Marvel nell’Inghilterra elisabettiana: ritrovare personaggi come Spider-Man o gli X-Men in vesti seicentesche, tra intrighi di corte e avventure sui mari, fu un’esperienza di lettura fresca e stimolante, quasi un gioco intellettuale che dimostrava la versatilità di quei personaggi senza tempo. Un’altra saga indimenticabile fu Civil War: quel conflitto ideologico tra supereroi mi tenne con il fiato sospeso e mi fece riflettere a fondo. Vedere gli amici diventare avversari – Iron Man contro Capitan America – a causa di ideali inconciliabili (sicurezza contro libertà) fu sconvolgente. Mi interrogai su cosa fosse più giusto, su quale prezzo fosse accettabile pagare per la sicurezza, e capii che anche nei mondi fantastici dei fumetti risuonavano gli echi di dilemmi morali molto reali. Allo stesso modo, Giorni di un futuro passato (celebre storyline degli X-Men) mi lasciò un’impronta forte: quella visione di un futuro distopico in cui i mutanti venivano cacciati e imprigionati mi spaventò e commosse al tempo stesso. Era un monito su come la paura e l’odio possano condurre a mondi bui e oppressivi; e leggere di come Kitty Pryde e gli altri cercassero disperatamente di evitare quel futuro mi riempiva di speranza, ricordandomi che non è mai vano lottare per un domani migliore. Infine, tra queste saghe, devo menzionare Superman: Red Son. L’idea di base – e se Superman fosse cresciuto nell’Unione Sovietica invece che in America? – mi affascinò immediatamente. Quella storia alternativa mi fece vedere il più iconico dei supereroi sotto una luce completamente nuova: Kal-El divenuto campione del comunismo, in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. La lettura di Red Son fu esaltante e stimolante, perché mi portò a riflettere su come il contesto e l’educazione possano plasmare anche l’uomo più potente della Terra, e su come i simboli possano assumere significati diversi a seconda di chi li impugna. Queste graphic novel e saghe speciali hanno aggiunto profondità al mio amore per i supereroi, dimostrando che non ci sono limiti all’immaginazione degli autori e che anche personaggi noti possono vivere avventure sorprendenti e ricche di spunti.

Il mio viaggio nel fumetto mi ha condotto ben oltre i confini del genere supereroistico, facendomi scoprire opere occidentali di tutt’altro sapore, ma altrettanto fondamentali nel plasmare la mia passione. Sono rimasto folgorato dal delirio visionario de L’Incal, il capolavoro fantascientifico firmato da Alejandro Jodorowsky e Moebius. Immergermi nelle vicende di John Difool in quel futuro distopico e surreale è stato come fare un trip onirico: le immagini psichedeliche e i concetti filosofici si mescolavano, spingendomi a esplorare significati nascosti e a meravigliarmi davanti a tavole di una bellezza straniante. L’Incal – letto ascoltando i Pink Floyd – ampliò la mia percezione di cosa potesse essere la fantascienza a fumetti, portandomi in un universo tanto bizzarro quanto affascinante, e di questo gli sarò sempre grato. Accanto a esso, un altro grande classico che mi ha fatto sognare è Flash Gordon. Anche se nato parecchi decenni prima di me, il principe delle avventure spaziali ha saputo conquistarmi come pochi. Le strisce di Flash Gordon di Alex Raymond, con i loro scenari esotici, i pianeti lontani e gli eroi senza macchia, profumano di epoca d’oro della fantascienza. Scoprii Flash Gordon attraverso raccolte e ristampe, e fu un tuffo in un passato avventuroso: quelle illustrazioni rétro, i dialoghi ingenui e appassionati, la lotta infinita contro il perfido Ming… Tutto contribuiva a trasportarmi in un’altra era. Leggendo Flash Gordon, provavo la stessa meraviglia che dovevano provare i ragazzi degli anni ’30 in attesa della prossima tavola domenicale sul giornale. Era un’esperienza diversa, quasi nostalgica di per sé, ma per me fondamentale: mi ha fatto capire come la passione per i mondi fantastici unisca generazioni diverse.

Non meno importanti sono stati i tuffi nel noir e nel pulp offerti da altri fumetti occidentali. Sin City di Frank Miller, ad esempio, mi ha immerso in un mondo di bianco e nero talmente netto da sembrare un incubo al neon. Le storie di violenza e redenzione ambientate in quella città del peccato, disegnate con un tratto tagliente e fortemente stilizzato, mi tenevano sveglio la notte. Ogni vignetta era un gioco di ombre e luci che enfatizzava il bene e il male dei personaggi: anti-eroi dal cuore sorprendentemente tenero in un inferno urbano di corruzione. Leggere Sin City era come masticare una pallottola: sentivi il gusto amaro della vita di strada, ma anche la scintilla di umanità che può brillare nel buio. Quella serie mi ha convinto che il potere espressivo del bianco e nero è meglio del colore, ma mi ha colpito anche per il coraggio di narrazioni crude. Sempre sul fronte del fumetto di altri tempi, nella mia continua ricerca di quali fossero le migliori matite della storia dei comics, ricordo la scoperta di Ghita, l’eroina creata da Frank Thorne. Ghita di Alizarr era un fantasy davvero particolare: c’erano spade, draghi e maghi, sì, ma c’era anche un’erotica esplicita e selvaggia che pervadeva ogni capitolo. Thorne illustrava questa guerriera formosa e indomita con un tratto sensuale e dettagliato, catapultandola in avventure tanto sensuali quanto ricche d’azione. Le peripezie di Ghita mi colpirono perché univano due dimensioni che adoravo – il fantasy e l’eros – in modo spudorato e liberatorio. Fu un’altra prova di quanto il fumetto potesse osare e giocare con i generi, fregandosene delle convenzioni. E infine, non posso non menzionare L’Eternauta. Questo capolavoro argentino, sceneggiato da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López, arrivò nelle mie mani quasi per caso, ma ebbe un impatto enorme. La storia di Juan Salvo, l’uomo comune che diventa un viaggiatore dell’eternità in un’Argentina post-apocalittica coperta da una neve mortale, mi tenne col fiato sospeso. C’era qualcosa di profondamente malinconico e inquietante in quelle pagine: l’invasione aliena, la lotta per la sopravvivenza, il sacrificio e la speranza che si mescolavano a una sottile critica politica (che avrei compreso appieno solo più tardi, studiando la tragica storia dell’Argentina di quegli anni). L’Eternauta mi colpì al cuore; chiusi l’ultima pagina con “il magone” e una strana sensazione di vuoto, come se avessi davvero condiviso il viaggio di quel “navigatore dell’infinito”. Ancora oggi considero L’Eternauta non solo una delle migliori graphic novel che abbia mai letto, ma anche un esempio di come il fumetto possa diventare metafora potente della realtà, veicolo di denuncia e poesia al tempo stesso.

Ripensando a tutte queste opere, mi rendo conto di quanto i fumetti abbiano significato per me in ogni tappa della mia vita. Da bambino sognatore ad adulto consapevole, sono cresciuto tenendo per mano i miei eroi di carta. Ognuno dei titoli che ho citato è molto più di un semplice libro a fumetti preso dallo scaffale: è un ricordo vivo, un’emozione incastonata nel tempo. Vedo il me stesso bambino, sdraiato sul tappeto, con gli occhi spalancati davanti alle gesta di Ken il Guerriero e dei Cavalieri di Atena; vedo l’adolescente che ero, chiuso in camera a divorare storie dark come Berserk o a commuoversi per Video Girl Ai, magari ascoltando musica rock a tutto volume mentre immaginava di combattere demoni o di dichiarare il suo amore come in un manga; vedo il giovane adulto che scopre con stupore che anche l’eros può farsi arte grazie alle tavole di Manara o Crepax; e vedo l’uomo di oggi, che ancora cerca nuove storie da leggere, nuove emozioni da provare, senza aver perso quella scintilla negli occhi.

I fumetti sono stati amici fedeli nei momenti di solitudine, maestri che mi hanno insegnato valori e prospettive, compagni di viaggio che mi hanno portato in luoghi lontani senza muovere un passo da casa. Spesso, quando la realtà si faceva difficile, mi bastava aprire un albo per ritrovare un po’ di conforto: mi rifugiavo tra le nuvole parlanti e ritrovavo la serenità. Altre volte, è stato proprio grazie a un fumetto che ho avuto il coraggio di affrontare certe paure o di pormi domande scomode. Ogni personaggio che ho amato mi ha lasciato qualcosa: la determinazione incrollabile di Kenshiro, la nobiltà d’animo di Pegasus, la sensibilità ecologista di Nausicaä, la forza di resistere di Devilman di fronte all’oscurità, la sete di libertà di Guts, l’ironia sfrontata di Dark Schneider, la dolce malinconia di Yota, la grinta di Alita, la spensieratezza romantica di Madoka e Kyosuke, il cuore indomito di Joe Yabuki, l’ambizione di Hojo e Asami in Sanctuary (già, perché Sanctuary, con la sua storia di amicizia e sete di cambiamento, è un’altra pietra miliare che mi ha fatto riflettere sul potere e la corruzione), le lacrime silenziose di Crying Freeman, la ricerca di redenzione di Manji ne L’Immortale, la sensualità libera delle donne di Manara, la classe di Valentina di Crepax, l’humour grottesco di Jacovitti, l’umanità tormentata di Dylan Dog, l’idealismo futuristico di Nathan Never, la saggezza curiosa di Martin Mystère, il rigore di Julia, il coraggio dei mutanti X-Men, l’eroismo quotidiano di Spider-Man, la determinazione oscura di Batman, la fantasia senza confini di Dragonball e mille altri mondi che si affollano nella mia mente e nel mio cuore.

Oggi, quella pila di fumetti sul mio comodino continua a crescere. Continuo a sfogliare nuove pagine con lo stesso entusiasmo di un tempo, e a volte rileggo le vecchie storie per ritrovare un pezzo di me stesso. Ogni rilettura è come ritrovare un caro amico dopo tanto tempo: ci si accorge che si è cambiati entrambi un po’, ma l’affetto è rimasto immutato. Mi commuove pensare a quanta strada ho percorso accompagnato da questi racconti illustrati – dall’infanzia fino ad oggi. In fondo, l’amore che ho per quest’arte è fatto di nostalgia ma anche di continua scoperta. È nostalgico perché ogni fumetto amato mi riporta a un momento della vita, ad un’emozione provata; è poetico perché nei balloon e nelle immagini ho trovato una bellezza e una verità che parlano direttamente all’anima, con la delicatezza di una poesia.

Non so se si può spiegare del tutto a parole cosa significhi amare i fumetti. È un po’ come avere tanti piccoli universi tascabili a disposizione: basta aprirne uno per entrarci dentro e vivere mille vite. Per me, significa avere avuto un amico per ogni fase della mia storia: il fumetto giusto al momento giusto, che mi ha aiutato a crescere, a sognare, a capire. Significa anche sentire una gratitudine immensa verso tutti gli autori e disegnatori che hanno messo il loro talento e il loro cuore in queste opere, regalandomi ore di gioia, di riflessione, di commozione.

Categorie