Inventeremo gli dèi. E non saremo noi. L’era dell’Homo Deus secondo Yuval Noah Harari

“Per millenni l’uomo ha pregato gli dèi per avere potere. Ora aspira a diventare lui stesso un dio.” Con questa provocazione ideale si potrebbe riassumere il cuore di Homo Deus: una sorta di viaggio attraverso il destino dell’umanità, che dopo aver sconfitto fame, malattie e guerre, sembra pronta a superare i propri limiti biologici. Ma a quale prezzo? E soprattutto: che cosa accade quando l’uomo diventa creatore, e non più creatura?

Yuval Noah Harari, classe 1976, è uno storico e filosofo israeliano, docente alla Hebrew University di Gerusalemme. Specializzato in storia medioevale e processi macro-storici, ha raggiunto fama mondiale con “Sapiens”, un libro tra i più interessanti che abbia mai letto, che analizza come l’uomo, da animale insignificante, sia diventato la specie dominante del pianeta. È dichiaratamente laico, attento alle implicazioni etiche della tecnologia e alla trasformazione del potere nell’era dei dati e delle intelligenze artificiali. Le sue opere uniscono storia, filosofia e futurologia, con uno stile limpido e provocatorio che obbliga a pensare.

Se in “Sapiens” l’autore ci spiega che la capacità di pensare e comunicare su concetti astratti (come religioni, denaro, nazioni, leggi) sia stata la chiave del successo della nostra specie, permettendo la cooperazione di massa e lo sviluppo della società moderna, “Homo Deus” affronta il tema del nostro futuro. 

“L’umanità non teme più carestie, peste e guerre come fatalità inevitabili. Il nuovo progetto dell’umanità è diventare divinità”

Secondo Harari, per la prima volta nella storia le grandi piaghe dell’umanità non sono più destino, ma problemi tecnici. La fame è sostituita dall’obesità, le epidemie sono gestibili, la guerra è per molti Paesi una scelta e non una condanna. Questo spostamento apre la porta a nuove ambizioni: felicità, immortalità, perfezionamento dell’uomo, così come profetizzato anche da Ray Kurzweil in “La singolarità è vicina”.

Conquistati i bisogni primari, l’uomo mira a superare i limiti biologici. Il transumanesimo e le biotecnologie puntano a potenziare corpo e mente, prolungare la vita e persino eliminarne la fine. Non si tratta più di sopravvivere, ma di potenziarsi: creare esseri umani aggiornabili, ibridi tra organico e artificiale. 

Si “I dati sono il nuovo dio” allora “L’Homo sapiens rischia di perdere la propria centralità” 

Nel libro viene definito il concetto di “datismo”: l’idea che l’universo sia un flusso di dati e che chi saprà elaborarli controllerà il mondo. Algoritmi e intelligenza artificiale non si limitano a supportare l’uomo, ma iniziano a conoscerlo meglio di quanto egli conosca sé stesso. Se tutto è riducibile a informazione, allora anche emozioni, decisioni e valori diventano calcolabili.

Ne deriva che, come l’uomo ha soppiantato tutte le altre specie, ora l’intelligenza artificiale potrebbe soppiantare lui. Non è necessaria la ribellione delle macchine, come nei film di fantascienza: basta che diventino economicamente più efficienti. Il futuro rischia di essere dominato da creature coscienti, ma da sistemi estremamente intelligenti e privi di coscienza. 

“La libertà individuale è un mito biologico. La religione del futuro adorerà i dati, non gli dèi.” 

Harari sostiene che ciò che chiamiamo “libero arbitrio” è in realtà il prodotto di processi biochimici. Ne consegue che se le macchine arriveranno ad analizzare questi processi meglio di noi, potranno prevedere e indirizzare scelte politiche, relazioni, consumi. La domanda diventa inquietante: chi controllerà questi gli algoritmi? E chi controllerà chi li controlla? 

Le religioni e le ideologie del passato, come cristianesimo, liberalismo, comunismo, hanno sempre posto l’uomo al centro. Il datismo, invece, mette al centro il flusso delle informazioni. Valore non è ciò che è vero o giusto, ma ciò che è efficiente nel processare dati. L’uomo rischia di diventare irrilevante. L’Homo Sapiens, la specie che ha imparato a dominare il pianeta, ora rischia di smarrire la propria umanità nel tentativo di superarla.

L’autore non chiude “Homo Deus” con una risposta, ma con un avvertimento. La sua conclusione è volutamente sospesa, quasi incompleta: descrive le forze che stanno emergendo, ma lascia all’umanità il compito di decidere che cosa vuole diventare. Perché, per la prima volta, questa scelta è davvero possibile. Non vuole descrivere il futuro, ma rendere il lettore più consapevole e responsabile del proprio ruolo.

Harari osserva che l’uomo, già oggi, ha conquistato un potere mai visto prima: può modificare il DNA, creare intelligenze artificiali, ingegnerizzare emozioni e pensieri. Può riscrivere la vita, non solo interpretarla. Ma avverte: la domanda non è “lo faremo?”, dal momento che lo stiamo già facendo, bensì “chi controllerà questo potere?”. Il rischio non è l’apocalisse, ma la diseguaglianza estrema: una piccola élite potenziata e quasi “divina”, e una massa di esseri umani biologicamente “superati” e socialmente inutili.

Harari non prevede macchine che si ribellano soggiogando l’umanità, ma un processo più silenzioso in cui gli algoritmi diventano sempre più competenti nell’analizzare emozioni, pensieri e desideri… L’uomo non rischia di essere distrutto, ma resettato, sostituito da sistemi che funzionano meglio, pur essendo privi di coscienza. E qui nasce il paradosso finale: la storia del mondo potrebbe continuare senza di noi. La coscienza, infatti, ciò che rende “umana” l’esperienza, potrebbe non essere più utile alla logica dell’evoluzione.

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