L’Italia non ha perso soltanto una partita. Ha perso un’altra occasione per guardarsi allo specchio senza raccontarsi bugie. Con il ko ai playoff contro la Bosnia, gli Azzurri hanno mancato la qualificazione ai Mondiali per la terza edizione consecutiva: 2018, 2022, 2026. Tradotto: ci sono ragazzi ormai adolescenti che non hanno mai visto l’Italia giocare un Mondiale. E già questo, da solo, dovrebbe bastare a farci capire che non stiamo parlando di calcio. Stiamo parlando di noi.
Io che parlo di calcio? No, infatti. In realtà non voglio parlare di calcio in senso stretto, ma del nostro Paese, ripartendo da ciò che avevo scritto nel mio blog nell’agosto 2025 in un post dal titolo: “Chi dice NO a tutto, ci sta rubando il futuro“.
Il calcio, in fondo, non inventa niente. Espone. Amplifica. Rivela. È uno specchio impietoso, perché ci toglie il trucco. E quello che mostra dell’Italia, oggi, non è bello: mostra un Paese storicamente condizionato dall’invidia sociale, che si lamenta molto, si divide su tutto, invecchia nelle idee, difende l’abitudine come fosse una frontiera morale e considera ogni cambiamento una minaccia, non una possibilità. Il problema non è la Bosnia che ci butta fuori dal Mondiali. Il problema è che noi continuiamo a sorprenderci di una fotografia che ci ritrae uguali da anni.
Dopo la mancata qualificazione mi è tornato in mente il Piacenza Calcio degli anni Novanta: una squadra piccola, coraggiosa e modernissima perché andava controcorrente. Giocava in Serie A con una rosa fatta solo di italiani contro il Milan, contro la Juventus, l’Inter, la Roma, la Lazio, il Parma delle grandi stagioni. E non si limitava a fare la comparsa. A volte squadroni come il Milan li ha messi al tappeto. A volte giocatori come Dario Hübner vincevano addirittura la classifica dei capocannonieri. I 22 italiani, in campo, giocavano sempre con una dignità feroce. Il punto non era il folklore del “tutto italiano”. Il punto era un altro: c’era un’idea, c’era un’identità, c’era la volontà di credere che anche da una città di provincia potessero uscire giocatori veri, pronti per il calcio dei grandi. Il Piacenza restò fedele a quella scelta fino al 2001; dal suo percorso sono passati, tra gli altri, Filippo Inzaghi, Eusebio Di Francesco e Alberto Gilardino. Oggi, purtroppo, il Piacenza è in Serie D.
Mi è venuto in mente il Piace degli anni Novanta perché ho una domanda: davvero non ci sono più giocatori italiani abbastanza forti per giocare in Serie A (e costruire poi una nazionale vincente)? Davvero dobbiamo accontentarci di vedere in campo un paio di giocatori italiani nella Juve, nel Milan, nell’Inter, nel Napoli?
Oggi in Serie A i calciatori stranieri sono 366 su 534, cioè il 68,5% del totale. Non è un delitto, sia chiaro. Il calcio è globale e il talento non ha passaporto. Ma quando una percentuale del genere convive con una Nazionale che salta tre Mondiali di fila, forse la domanda va posta senza ipocrisie: il sistema italiano sta ancora producendo abbastanza giocatori italiani di alto livello, oppure ha smesso di considerarlo una priorità? Negli anni in cui si potevano schierare al massimo due stranieri, quegli stranieri erano tra i migliori giocatori del mondo. Venivano in Italia i fenomeni, non i riempitivi. Oggi invece spesso arrivano giocatori stranieri normalissimi, onesti professionisti, che occupano spazi che potrebbero essere di giocatori italiani con lo stesso livello o di giovani da far crescere. Non è una questione di nazionalità, è una questione di visione: se riempi il campionato di giocatori già pronti ma medi, smetti di costruire i giocatori forti di domani. E alla fine il conto lo paga la Nazionale.
La cosa più grave è che noi gli shock li abbiamo avuti. Eccome se li abbiamo avuti. La Svezia nel 2017. La Macedonia del Nord nel 2022. La Svizzera agli Europei del 2024. E adesso la Bosnia nel 2026. Non si può dire che mancassero i segnali. Mancava, e manca, la volontà di trarne conseguenze vere.
Qui entra in scena la parte più italiana della faccenda. Da noi il fallimento raramente produce riforme. Produce alibi. Commissioni. Interviste. Analisi molto intelligenti. E pochissime decisioni scomode. La Germania, dopo il disastro di Euro 2000, fece l’esatto contrario: rese obbligatoria la creazione di academy per tutti i club professionistici e collegò quel requisito alla licenza per partecipare ai campionati. Non fu una carezza. Fu una scelta di sistema che colpì tutti i club. Una scelta costosa, antipatica, seria. Risultati? Nel tempo quel sistema ha generato una filiera che ha portato fino al Mondiale del 2014.
E qui arriviamo al cuore politico della questione. Perché mentre in tanti altri sport, quelli fatti di sacrificio vero, passione e spesso pochi soldi, l’Italia continua a vincere, crescere, sorprendere, il calcio italiano riesce nell’impresa opposta: fallire e allo stesso tempo restare fermo, immobile, soddisfatto di sé. In qualunque organizzazione normale, dopo tre fallimenti storici, qualcuno cambierebbe tutto. Nel calcio italiano no. Nel calcio italiano chi avrebbe dovuto guidare la rivoluzione viene ogni volta rieletto quasi all’unanimità dagli stessi club che dovrebbero essere riformati. Gabriele Gravina è stato confermato alla guida della FIGC nel febbraio 2025 con il 98,7% dei voti. Una percentuale che in un Paese normale farebbe scattare almeno una domanda, una sola: com’è possibile? Invece qui non succede niente. Una stretta di mano, una conferenza stampa, qualche intervista, e tutto ricomincia esattamente come prima. È un meccanismo quasi comico, se non fosse tragico: è come se su una nave che imbarca acqua l’equipaggio votasse il comandante che li ha portati sugli scogli perché “almeno conosce la rotta”. E intanto la nave affonda con grande esperienza.
Per questo continuo a pensare che il calcio sia solo la versione più rumorosa di un vizio nazionale molto più profondo. Noi siamo un Paese a cui il futuro non interessa. Siamo un Paese che teme le svolte. Perché le svolte costano. Costano fatica. Costano responsabilità. Costano consenso. E allora preferiamo galleggiare. Preferiamo tirare a campare. Preferiamo criticare chi prova a toccare qualcosa, anche quando quel qualcosa è chiaramente rotto. È una postura mentale che ritrovi ovunque: nell’economia, nella scuola, nella giustizia, nelle infrastrutture, nella politica, nello sport. Cambiare, da noi, viene sempre presentato come un rischio inaccettabile.
La nostra colpa è proprio lì. Nell’eterna rinuncia al cambiamento.
Il punto non è che ci mancano i ragazzi. Il punto è che non abbiamo più la pazienza, la disciplina e il coraggio di formarli, spronarli e proteggerli mentre crescono. Ci piace il talento. Molto meno costruirgli intorno un sistema.
Un esempio concreto. Nel 2010, dopo il disastro del Mondiale in Sudafrica, la Federazione diede a Roberto Baggio il compito di ripensare il calcio italiano. Non un ruolo simbolico, ma una missione vera: rifondare il sistema partendo dai giovani, dagli allenatori, dalla formazione tecnica. Baggio lavorò per mesi con decine di collaboratori e presentò un dossier di circa novecento pagine. Un progetto enorme, probabilmente il più completo mai scritto in Italia sulla formazione calcistica: scuole di tecnica, scouting nazionale, formazione seria degli allenatori, infrastrutture moderne, meritocrazia, sviluppo del talento prima del risultato. Non una toppa, ma una rivoluzione. Quel dossier fu consegnato alla FIGC nel 2011. Rimase lì. Nessuna riforma vera, nessun cambiamento strutturale. Dopo due anni Baggio si dimise dicendo una frase che oggi suona come una profezia: il mio progetto è rimasto lettera morta. Quindici anni dopo siamo qui, fuori dai Mondiali per la terza volta.
Il vecchio Piacenza Calcio, nel suo piccolo, ci aveva insegnato una cosa semplice e quasi scandalosa: puoi stare in mezzo ai giganti anche senza comprare identità in saldo, se hai una struttura, una cultura, una fiducia ostinata in quello che fai. Oggi quella lezione non vale solo per il calcio. Vale per il Paese intero. L’Italia del calcio non muore perché mancano le qualità. L’Italia è sempre più debole perché manca il coraggio di organizzarle. Manca la pazienza di investire. Manca l’assumersi la responsabilità del fallimento.
Il ko contro la Bosnia non è solo una sconfitta sportiva. È una diagnosi. Dura. Impietosa. Ma utile, se la si vuole ascoltare. Perché il talento individuale (non solo nel calcio) non ci manca. Non ci è mai mancato. Quello che continuiamo a perdere, ogni volta, è il coraggio di metterlo al centro e fare sistema.
