Una bussola morale

Non preoccupatevi: non sono sprofondato in una crisi mistica. Nei film, quando qualcuno cita capitoli e versetti della Bibbia, di solito, subito dopo, combina qualcosa di atroce. Non è il mio caso. Per ora, almeno.

Semplicemente, a volte, nella vita, certi “puntini” sembrano unirsi. E quando succede, mi fermo, riascolto parole che magari conosco da sempre, ma che all’improvviso mi parlano in un modo diverso. Forse è l’età.

Oggi, parlare di filosofia, meditazione, spiritualità e fede sembra sempre più una cosa da svitati. Qualcosa per cui ci si sente in dovere di fare una premessa come quella che ho appena fatto. Ma se siete arrivati a leggere fino a qui, mi permetto di proseguire.

L’altra mattina ero a messa e, dal Vangelo di Luca, è tornato a colpirmi un versetto che conosco bene e che, ogni volta, mi scuote: «A chi fu dato molto, molto sarà chiesto». Mi sono reso conto che questa citazione, insieme ad altre tre, mi accompagna da sempre, fin da quando ero bambino. E mi sono domandato: questi quattro versetti, come nord, sud, est e ovest, sono forse i punti cardinali della mia bussola morale?

Tutto parte dalla Parabola dei talenti (Matteo 25:14-30). L’ho letta e meditata un’infinità di volte, l’ho scelta persino per il giorno del mio matrimonio. In quelle parole sento un messaggio diretto proprio a me. Ho sempre avvertito un richiamo al senso di responsabilità, ma anche la fiducia — di Dio, o della vita stessa — che ti affida qualcosa di prezioso e si aspetta che tu lo faccia fruttare.

Il talento non è un trofeo da conservare in bacheca: è una responsabilità viva. È come una voce che ti dice: «Io credo in te. Usalo».

Ed è lì che arriva Luca 12:48. «A chi fu dato molto, molto sarà chiesto». Se la parabola dei talenti mi incoraggia, questo versetto mi mette soggezione, persino paura. Non è più la carezza dell’invito, ma il peso dell’ammonimento: non basta ricevere, bisogna restituire. E non esiste un momento in cui si possa dire: «Ho fatto abbastanza». Non so se la mia lettura sia teologicamente corretta, ma in me suona così. Qui il senso di responsabilità diventa anche la mia prigione, perché mi sembra di non fare mai abbastanza, nel lavoro, negli affetti, verso me stesso.

Poi c’è Marco 10:21: «Va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri; poi vieni e seguimi». Nel mondo di oggi, dove si misura solo la materia, è un’incudine. Non credo che questo passo vada preso alla lettera, ma so anche di non averlo mai compreso fino in fondo. Cosa mi si chiede, davvero? Cosa significa rinunciare a tutto? Io lo sento come un invito a lasciare andare ciò che mi trattiene: sicurezze, abitudini, paure. Forse è proprio questa incertezza a tenerlo vivo dentro di me.

Infine, Matteo 23:13-31: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti… sepolcri imbiancati… guide cieche». Parole dure, inequivocabili: il rischio dell’ipocrisia non riguarda solo “gli altri”. E quanto è sbagliato giudicare la vita degli altri senza conoscerla? Ogni volta che leggo questo passo, capisco che anche chi cerca di fare il bene può cadere nella trappola dell’apparenza. È un avvertimento che sento rivolto anche a me: non diventare vuoto dentro mentre cerchi di sembrare pieno fuori.

Non so se questi quattro passi abbiano un legame logico nella teologia, ma per me formano una sorta di bussola morale. E questa bussola non si ferma ai confini della mia fede: cerco la verità anche nelle parole di altre religioni, con rispetto e curiosità. Credo che ogni tradizione autentica custodisca almeno una scintilla di quella luce che cerchiamo tutti.

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