Fin che Athaualpa o qualche altro dio non ti dica descansate niño che continuo io. Discorsi sulla malinconia

L’altro giorno mi sono fermato a pranzo con il Sarto di Panama, un vecchio amico, una persona davvero speciale con la quale riesco ancora a fermare lo spazio e il tempo. Sotto una pioggia torrenziale, fumando un Toscano Pastrengo in onore dell’Arma dei Carabinieri, abbiamo riflettuto per l’ennesima volta sul senso della vita e sulla malinconia che in certi giorni ci prende all’improvviso. Siamo due uomini felici, realizzati, che dalla vita hanno ricevuto tanto, e che cercano con tutte le proprie forze di realizzare i propri talenti come nella famosa parabola contenuta nel Vangelo di Matteo. Non abbiamo nulla di cui lamentarci. Eppure a volte ci prende la malinconia, questo sentimento che ci tiene svegli la notte, ancorati ad un senso di tristezza, ad una sorta di nostalgia per qualcosa che non si è mai realizzato o che è rimasto incompiuto.

A volte ci crogioliamo nella Malinconia, andando a scavare nei nostri ricordi, citando una “nostalgia al gusto di curaçao”, salendo in corsa su “i treni di Tozeur”, guardando “i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser”, cercando il profumo di “una ballata del mare salato”. Oppure pensando a Jerry Calà che, nell’ultima scena di “Sapore di Mare”, sotto le note di “Celeste Nostalgia”, scrive a Marina Suma: “Questo biglietto, vale per tutte le lettere che non ti ho mai scritto. A proposito, sei sempre la più bella”.

In fondo la malinconia è una cosa straordinaria. Quando una nota ti colpisce all’improvviso, fermandoti il sangue nelle vene e gonfiandoti gli occhi, è come se l’universo intero si bloccasse in attesa delle tue reazioni. Come scriveva Herman Hesse, “il lato diabolico della malinconia è quello non solo di far ammalare le sue vittime, ma anche di renderle presuntuose e miopi, addirittura quasi superbe. Si crede di essere come Atlante che da solo deve reggere sulle proprie spalle tutti i dolori e gli enigmi del mondo, come se mille altri non sopportassero gli stessi dolori e non vagassero nello stesso labirinto”.

Se ripenso alla mia adolescenza, quando scrivevo canzoni e poesie, il motore di tutta la mia creatività è sempre stata la malinconia. Lo spleen di Charles Baudelaire che dava sbocco alla sofferenza trasformandola in ispirazione. Imparando a trattenerla, a domare la sua corsa, la malinconia può liberare un’energia creativa dalle infinite potenzialità. Crescendo, maturando, diventando uomo, ho imparato a prendere in mano saldamente il timone della mia vita e la malinconia se n’è andata, portando con sé quel bisogno di creare e di lasciarsi andare alla gioia di essere tristi.

Ma a volte questo sentimento ritorna e ti prende a tradimento. Sotto l’effetto quasi ipnotico della malinconia, io e il Sarto di Panama siamo portati a sospendere la frenesia quotidiana e ad affrontare le normali attività con un ritmo più lento. Tornando ad assaporare il senso di ciò che è davvero importante, primario, vitale. Ci accomuna questo bisogno di rallentare un attimo, salire sulla cima di una collina ed osservare il mondo (e noi stessi) dall’alto, da una prospettiva differente.

Ho imparato tanto dalla mia malinconia. Ho imparato a confrontarmi con me stesso, ad accettare la sfida, a mettermi sempre in discussione. Ho imparato a lottare. Ho imparato a capire quando è il momento di passare oltre. Ho imparato a vivere il presente, aspirare al futuro e navigare a ritroso nel mio passato, tra universi paralleli e sliding doors.

Come la “Verde Milonga” di Paolo Conte, la malinconia è stata scritta per me, “per la mia sensibilità, per le mie scarpe lucidate… (…) rivelava di sé molto più di quanto apparisse… (…) una verde frontiera tra il suonare e l’amare, verde spettacolo in corsa da inseguire… da inseguire sempre, da inseguire ancora, fino ai laghi bianchi del silenzio, fin che Atahualpa o qualche altro dio non ti dica: descansate niño, che continuo io…”.

Vuoi dirmi la tua su questo Editoriale?
Parliamone su Twitter

Categorie